31 dic 2009

2009 Resume (parziale) /1

K1LL5W1TCH | Medicina

Il termine Eigengrau (in tedesco: grigio intrinseco), denomina il colore visto dall’occhio umano nella completa oscurità. Un colore che non è un nero “puro”, come ci si aspetterebbe, ma una tonalità di grigio dovuta a del “rumore ottico” che rimane impresso sulla retina, ed è indistinguibile dall’azione dei fotoni.

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The Pop-Up Book of Phobia è, come si capisce dal titolo, un libro incentrato sulle fobie più note e conosciute, presentate tramite l’insolito medium di un libro con figure a comparsa, che “saltano fuori” quando si spalancano le pagine. L’effetto è affascinante e la realizzazione ben congegnata, come dimostra il video:


Non è proprio il modo in cui uno sognerebbe di diventare un uomo bionico, ma in certi casi non si può proprio lamentare. Lo sa bene Ged Galvin, che in seguito ad un incidente stradale gravissimo è stato sottoposto ad un intervento chirurgico per sostituire il colon con una versione cibernetica, “costruito” con carne rimossa da una delle gambe, modellata come uno sfintere e dotata di elettrodi per il controllo da remoto, tramite un piccolo telecomando. Si può dire quello che si vuole, ma intanto Galvin non ha più bisogno di utilizzare il sacchetto per la colostomia – e non è poco.

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Per chi fosse curioso di conoscere l’esatta percezione dei colori da parte di chi è affetto da una delle varie forme di daltonismo esistenti, è possibile utilizzare il Vision Simulator, un’applicazione in Flash mirata proprio a questo scopo.


fakebusstopDavanti al Benrath Senior Centre di Dusseldorf è stata installata una fermata dell’autobus. Ma a questa fermata non sosta nessun autobus, perchè il suo utilizzo è di natura completamente differente: “bloccare” i pazienti ultra-ottantenni affetti dal morbo di Alzheimer che di loro iniziativa decidono di uscire dall’ospedale per tornarsene alle loro abitazioni. Nella loro memoria a lungo termine la fermata rappresenta un simbolo rassicurante, legato all’idea del ritorno a casa, per cui una volta fuori si sentono spinti ad aspettare l’arrivo del prossimo autobus. Gli infermieri non devono far altro che andare da loro e “ricordargli” che l’autobus passerà più tardi… e nel frattempo gli offrono una tazza di caffè – in questo modo passerà il tempo necessario perchè lo stimolo iniziale della fuga svanisca dalla memoria a breve termine. Può sembrare un metodo un pò cinico, ma è pur sempre preferibile al rischio che i pazienti finiscano con il vagabondare, completamente disorientati, per la città. L’idea ha avuto successo e sta venendo adottata anche da altre case di cura tedesche.

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Chiacchiere da Scimmia

Ecologia | K1LL5W1TCH

Le scimmie di Campbell vivono nel Tai National Park in Costa d’Avorio, e sono state oggetto di studio del team del dottor Zuberbühler della University of St.Andrews in Scozia, che per sei mesi hanno registrato e preso appunti sui loro richiami ed i contesti nei quali vengono utilizzati, arrivando a dichiarare che questo tipo di scimmie possiede una rudimentale sintassi linguistica. I maschi adulti hanno infatti sei diversi richiami di significato specifico, che possono venire legati a coppie in modo da generare dei significati aggiuntivi.

Ad esempio, “Krak” segnala la presenza di leopardi nelle vicinanze. Aggiungendo il suffisso “-oo” si ottiene “Krak-oo”, che viene utilizzato come termine generale per riferirsi ad un predatore, nel caso si avverta la sua presenza senza averlo visto, o quando sentono i richiami di allarme di altre specie.
“Boom-boom” invita le altre scimmie a dirigersi verso il chiamante. Combinati con una serie di “krak-oo” invece dà un messaggio completamente differente, del tipo “Attenzione! Predatori intorno a me!”. Se invece al richiamo viene aggiunta una serie di richiami “hok-oo”, viene segnalata la presenza di altri gruppi di scimmie.

Questa versatilità nel manipolare richiami e suffissi è, secondo Zuberbühler, “il più complesso esempio di proto-sintassi nella comunicazione animale conosciuto finora.”

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Proprio all’Ultimo

Comunicazioni di Servizio

Questo mese non ho avuto modo di pubblicare articoli – in parte per l’usuale malinconia a cui siamo un pò tutti vulnerabili al termine dell’anno, un pò perchè mi sono ritrovato di colpo coinvolto in una tre giorni ad Amsterdam un paio di settimane fa, e anche perchè stavo preparando un resume del materiale messo da parte negli ultimi tempi.
E adesso stiamo proprio agli sgoccioli – non ho avuto neanche modo di fare i miei auguri per il Sol Invictum, ma vabeh – e vado ad attraversare i confini temporali del 2009 con la prima parte del resume, a cui seguiranno le altre finchè mi ci posso dedicare, dato che il 4 gennaio si torna al lavoro.

Lasciatemi almeno farvi gli auguri di buon anno. E speriamo proprio che lo sia, che questo ha lasciato un pò a desiderare.

26 nov 2009

Sulla Luna

Cinema | Recensioni
moon

Moon (2009 – 97′ – UK)
Regia: Duncan Jones
Sceneggiatura: Nathan Parker
Con Sam Rockwell, Kevin Spacey, Dominique McElligott

In un prossimo futuro, le incombenze energetiche della Terra vengono risolte raccogliendo Elio-3 sul lato oscuro della Luna. Sam Bell si occupa del monitoraggio delle apparecchiature, ed il suo contratto sta per scadere. Ma tre anni di solitudine, con la sola eccezione dell’intelligenza artificiale GERTY, possono giocare strani scherzi…

La storia di Sam Bell è destinata a fornire qualche sorpresa agli spettatori, che sembrano aver notevolmente apprezzato questo film di hard sf (ovvero di quella fantascienza meno sfrenata ma più vicina ai nostri possibili futuri) in cui si mescolano un paio di temi che orbitano (proprio come il nostro satellite) intorno al concetto di identità e umanità. Quello dell’esordiente Duncan Jones (altrimenti conosciuto come Zowie Dowie – figlio del ben più noto David Bowie) è un film che prende a piene mani dalle atmosfere di lavori famosi come 2001 Odissea nello Spazio (del quale si ritrova una certa familiarità con le architetture ed il minimalismo della base in cui vive e lavora Sam) o Solaris (per una certa pacatezza nel ritmo, che a tratti risulta piuttosto snervante).

E’ un film che più che all’azione risulta attento ai personaggi ed alle loro emozioni: Sam Rockwell, nei panni del protagonista, presenta diverse sfaccettature all’interno di una situazione che diviene sempre più assurda (anche se non del tutto imprevedibile per chi ha confidenza con il genere), ed è egregiamente accompagnato da un Kevin Spacey presente – solo nel doppiaggio – come GERTY, una AI che si dimostra differente da tutto ciò che si è visto finora, arrivando al punto di rubare la scena anche grazie ad una capacità di in-espressione che sembra amplificarne gli atteggiamenti al punto da rendere sufficiente allo scopo anche una semplice e statica emoticon.

Gli unici difetti che ho riscontrato sono forse una rigorosità non sempre mantenuta, ed un ritmo lento che di per sè non darebbe problemi, se un paio di volte non generasse dei veri e propri vuoti: forse la storia è stata diluita in maniera eccessiva. Lascio giudicare al proprio personale occhio critico quanto questi fattori pesino sull’esperienza cinematografica – dal canto mio, la fotografia, la spinta emotiva ed il sottofondo musicale, affidato alle note di un evocativo pianoforte in grado di sottolineare l’inevitabilità dell’anomalo destino dei personaggi, compensano benissimo eventuali lacune.

Inoltre, per certi versi, questo Moon mi ricorda Primer, e non tanto per il tocco fantascientifico, quanto per il tipo di narrazione utilizzato: mentre seguiamo la trama principale emergono, anche solo marginalmente, un certo numero di dettagli appena percepibili sulla scena: piccoli eventi che con il procedere del film acquistano un senso ed un’importanza sempre maggiore, contribuendo ad arricchire l’ambientazione e giustificare una seconda visione in cui integrare possibili interpretazioni su cosa è accaduto dietro le scene.

Il film è stato girato in 33 giorni, con un budget di 5 milioni di dollari: non si può propriamente parlare di low budget, anche se si discosta dai mega-blockbuster del momento come New Moon (50 milioni di dollari) o 2012 (250 milioni di dollari). Eppure Duncan Jones si è impegnato a tagliare le spese, ed infatti il cast è fortemente limitato, e gli effetti digitali sono stati minimizzati a favore di scene con modellini, per gli esterni, la cui lavorazione ha impiegato più di 8 giorni ed ha coinvolto un veterano come Bill Pearson, già supervisore in Alien. La base lunare è stata invece ricostruita interamente negli studios britannici, in uno spazio di circa 26×21 metri.

La storia accenna un finale che forse potrebbe non soddisfare tutti, ma niente paura: Jones pensa già al secondo capitolo, per il quale Rockwell ha già dato il suo benestare, che dovrebbe costituire l’epilogo vero e proprio. Anzi, a dire il vero, l’idea sarebbe di realizzare una vera e propria trilogia.

E speriamo sia un continuo crescendo, dato che Jones ha dimostrato, perlomeno, di avere lo spirito giusto per la hard sf, ed anche il giusto pizzico di umorismo. Basterà ricordare la proiezione del film richiesta al NASA Space Center da un insegnante che voleva integrare l’opera in una sua serie di lezioni, in cui si parla appunto dell’estrazione dell’Elio-3, un argomento di studio di grande attualità.
Dopo la visione viene organizzata una piccola conferenza, e viene chiesto al regista come mai la base abbia un aspetto così sgraziato, quasi come un bunker, un’immagine diversa dal tipo di progetti e di architetture che si pensa di trasportare sulla Luna.
La risposta di Jones è la seguente: “Beh, credo che in futuro non vorrete portarvi tutto con voi, vorrete usare le risorse della Luna per le costruzioni.”
Al che una donna tra il pubblico alza una mano e aggiunge: “Io sto lavorando proprio in questo periodo su un materiale che chiamiamo Mooncrete, un cemento ottenibile mescolando il regolith lunare (lo strato di roccia che copre quasi tutto il satellite, generato dal bombardamento di meteoriti e particelle solari, ndBB) con l’acqua ghiacciata delle calotte polari.”

Come dicevo prima, lo spirito di Jones mi sembra quello giusto, soprattutto non privo di un certo buonsenso.

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Notti da Brivido

Cinema | Recensioni
paranactiv

Paranormal Activity (2007 – 86′ – USA)
Regia di Oren Peli
Con Katie Featherston, Micah Sloat

Micah e Katie si sono appena trasferiti nella loro nuova casa, e decidono di installare una telecamera per scoprire la causa dei tanti piccoli rumori che avvertono durante la notte.

Ho già avuto modo di raccontare la creazione dell’opera di Oren Peli, che ha scatenato reazioni tanto forti quanto opposte nel pubblico, da chi lo definisce un capolavoro a chi lo ha trovato completamente noioso e privo di qualsiasi coinvolgimento – l’ennesimo figlio senz’anima del marketing.
Da parte mia ho sempre rifiutato posizioni talmente radicali, ma capisco che il film probabilmente non piacerà a chi è abituato e cerca un tipo di horror molto più fracassone e denso di spaventi, che sappia bombardarlo di momenti boo! caratterizzati da musica ad alto volume e flash improvvisi. Perchè Paranormal Activity si trova all’estremità opposta di questo spettro, e sostituisce lo spavento con un tipo di ansia a doppia azione ed effetto ritardato.
Lo so, sembra lo slogan di un dentifricio.

Nel film non c’è gore, niente sangue, nessuna colonna sonora, il film è stato realizzato con un budget molto basso (15 mila dollari), e gli effetti speciali sono praticamente inesistenti. Cosa resta? Un’ambientazione realistica (la casa di Peli) e un meccanismo che lavora sullo spettatore senza essere mai troppo esplicito: da una parte cerca di accantonare la sua (fastidiosa e talvolta inopportuna) sete insaziabili di informazioni, e dall’altra gli propone una normalità talmente comune e banale da poter essere facilmente confrontata con la propria.
Ed è in questo territorio, tra l’occhio della telecamera e quello del pubblico, che si gioca il centro focale del film.

Il sonno è uno dei grandi misteri dell’uomo, la sua utilità effettiva è ancora al centro di un dibattito (l’unica parte veramente salutare è quella relativa alla fase REM, mentre il resto è – in un certo senso – uno “spreco”), ma aldifuori delle discussioni accademiche quello che sappiamo tutti da sempre è che mentre dormiamo il mondo va avanti, e nel sonno siamo tremendamente vulnerabili. E chi non si è mai interrogato su scricchiolìi, rintocchi o colpetti di provenienza ignota e che, nonostate a mente fredda siano perfettamente spiegabili, acquistano un’ambiguità tale da colpirci nell’intimo della nostra sepolta (ma neanche tanto) irrazionalità?

Paranormal Activity è lineare e altalenante – per intenzione – tra la tranquillità del giorno ed il riflesso pavloviano indotto dall’arrivo dell’oscurità e dall’anticipazione di qualcosa che tutto è meno che gradevole. Sempre meno gradevole.

La recitazione non è male, anche se il protagonista maschile forse esalta un pò troppo una certa arroganza che con il procedere del film risulta sempre più fuori posto. E non solo: certe situazioni sembrano abbozzate, si impongono all’attenzione per poi sfiorire velocemente. E forse le circostanze che tengono la coppia ancorata alla loro abitazione non sono poi così stringenti, almeno quando la situazione si fa più tesa. Facendo leva sulle ansie profonde dello spettatore, il film si affida più del necessario alla sua ricettività, per cui il risultato, a livello qualitativo, credo sia difficile da giudicare, considerato inoltre che l’impatto principale avviene aldifuori della sala: il vero mezzo di trasmissione è l’opera cinematografica o il pubblico?

Solo una cosa trovo veramente deprimente: che la Paramount stia già pensando ad un sequel: un fallimento annunciato (magari non fosse così, ma ci sono fin troppi precedenti).

Concludo su una nota puramente informativa: del film esistono tre diversi finali: io ho potuto vedere il finale originale, perfettamente in linea con il resto della storia e piuttosto subdolo, e quello che l’ha poi sostituito, versione consigliata addirittura da Steven Spielberg, che però, a mio parere, è di un’inferiorità agghiacciante e si prostituisce al genere di horror fracassone a cui accennavo all’inizio. Esiste inoltre anche un terzo finale, mostrato in una sola proiezione pubblica, alquanto “povero”, che non sembra tenere il passo con quello originale (sarà per questo che ha goduto di un singolo momento di gloria).

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22 nov 2009

Interrompiamo le Trasmissioni

World of Weird

Poniamo di trovarci in Inghilterra – nella regione sudorientale, per la precisione: magari nel Kent, nel Surrey o nel Sussex, ad esempio. E’ il 26 novembre 1977, una fredda giornata invernale che sta volgendo al termine. Sono passate da poco le 17, e ci sintonizziamo sulla Southern Television, l’emittente locale le cui trasmissioni ci arrivano direttamente dal ripetitore di Hannington.
Sullo schermo appare il volto familiare di Ivor Mills, che conduce il notiziario del pomeriggio. Ma questo non è poi così importante, perchè già non riusciamo più a sentirlo: una qualche interferenza sta disturbando il segnale audio in UHF. Proviamo a girare l’antenna, a dare qualche rassicurante e tecnica pacca all’apparecchio, ma non c’è niente da fare: il volto di Mills resta muto, coperto da un forte ronzìo. E mentre l’irritazione cresce, qualcosa viene a sedarla: un’altra voce che ci parla dal televisore.
La voce leggermente metallica e distorta di un alieno.

Dice di chiamarsi Vrillon (o, secondo altre versioni, Gillon o Asteron), e si lancia in un discorso di sei minuti rivolto agli abitanti del pianeta Terra.

Ed ecco la trascrizione, pubblicata dall’edizione invernale del Fortean Times del 1977, e la sua traduzione:

This is the voice of Asteron. I am an authorised representative of the Intergalactic Mission, and I have a message for the planet Earth. We are beginning to enter the period of Aquarius and there are many corrections which have to be made by Earth people. All your weapons of evil must be destroyed. You have only a short time to live to learn to live together in peace. You must live in peace… or leave the galaxy.

Questa è la voce di Asteron. Sono un rappresentante autorizzato della Missione Intergalattica, ed ho un messaggio per il pianeta Terra. Stiamo per entrare nel periodo dell’Acquario e l’umanità deve compiere molte correzioni. Tutte le vostre armi del male devono venire distrutte. Avete solo poco tempo da vivere per imparare a vivere insieme in pace. Dovete vivere in pace… o lasciare la galassia.

Al termine del discorso il segnale audio torna alla normalità, regalandoci il finale di un cartone dei Looney Tunes. Qualche ora dopo la stessa Southern Television trasmetterà un comunicato di scuse per la cosiddetta “interferenza sonora”. Ma ormai è troppo tardi: tra la gente serpeggia qualche allarmismo, e tanta curiosità.
Cos’è successo? E soprattutto, è un vero messaggio alieno?

Certo, a leggere il testo sembra evidente una certa ingenuità, specie nei riferimenti new age, ma trentadue anni fa l’impatto è stato sicuramente diverso – se non altro perchè lo stesso mercato new age era un’idea ancora lontana a venire (e aggiungo, certi argomenti esoterici venivano considerati forse di meno, ma più seriamente).

Le indagini vengono rivolte verso il ripetitore di Hannington, della Independent Broadcasting Authority, che diversamente dal solito non diffonde un segnale proveniente da terra, ma da un altro ripetitore. Una vulnerabilità che rende plausibile l’ipotesi di un intrusione: anche un trasmettitore a bassa potenza, se molto vicino al ripetitore, potrebbe coprire il segnale originale e venire trasmesso in tutta la zona. Ma, fa notare l’IBA, la cosa “richiede una considerevole conoscenza tecnica”.

Nonostante questo, l’IBA bolla la faccenda come uno scherzo, e la Southern Television appoggia ricordando che “un burlone ha già interferito con un nostro ripetitore nel North Hampshire, utilizzando un altro ripetitore nelle vicinanze.”

Eppure il mistero rimane aperto: e se i dubbi che hanno assalito l’autore della lettera al Times che, il 30 novembre, chiedeva “Come può l’IBA – o chiunque altro – essere sicuro che la trasmissione sia uno scherzo?”, possono essere smentiti con la nostra semplice e prolungata presenza sul pianeta, resta il fatto che non è mai stata confermata una spiegazione risolutiva, ed il misterioso Vrillon, umano o alieno che sia, non è stato mai rintracciato.

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Squalo da Preda

Creature | World of Weird

Sembra permanere il mistero sulla morte dello squalo bianco – di una lunghezza pari almeno a 5 metri – che è stato praticamente mutilato al largo delle spiagge australiane del Queensland. Quello che lascia sconcertati è che le ferite sembrano inflitte da giganteschi morsi che farebbero pensare ad uno squalo ancora più grande – almeno 7 metri.

whiteshark_eaten

E’ stato diramato un avviso a nuotatori e surfisti della zona di Stradbroke Island, che grazie al passaparola sull’avvenimento erano già piuttosto preoccupati.

Lo squalo “vittima” è stato trovato alla deriva e issato su una barca al largo di Deadman’s Beach. Nell’attacco è stato penalizzato dall’essere rimasto invischiato in una delle reti uncinate appese tra coppie di boe che delimitano l’area delle spiagge, posizionate a circa 500 metri dalla riva. Le reti sono poste a protezione dei bagnanti, ma l’iniziativa ha riscosso anche alcune critiche perchè nelle maglie rimangono intrappolate anche balene, delfini e tartarughe.
Però gli attacchi da parte di squali si sono ridotti quasi a zero, anche se quest’ultimo episodio è stato sfruttato come punto a favore per l’importanza delle reti uncinate, sebbene autorità del campo come Vic Hislop, esperto mondiale di squali, ha dichiarato che dovrebbero venire sperimentati altri metodi per scacciare i predatori dalle zone più frequentate.

Fonti: (1) (2)

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Il Ricordo di Qualcosa che Non è Mai Avvenuto

K1LL5W1TCH

Il trucco più antico del mondo riguardo alla concretezza ed alla solidità della realtà in cui ci troviamo è senza dubbio: non pensarci. I labirinti del soggettivismo e del solipsismo esercitano un fascino irresistibile sulla mente che si affaccia alla metafisica – anche solo per uno sguardo veloce, ed è bene non perdersi al loro interno. Ma anche evitandoli completamente non possiamo contare sulle informazioni che fondano la nostra presenza quadridimensionale come per i mattoni che compongono un muro.

Facciamo crescere i nostri dubbi, allora, nelle mani dello psicologo olandese Henry Otgaar, che si è laureato di recente all’Università di Maastricht con una tesi sulla creazione e sull’accettazione nei bambini di ricordi falsi: “E’ un argomento importante”, afferma Otgaar, “perchè in molte cause giudiziarie, per esempio sui casi di abuso sessuale, i bambini vengono messi di fronte a domande cruciali – poste non necessariamente dalla polizia: spesso il danno è presente perchè l’interrogatorio è stato formulato in precedenza da genitori o insegnanti. In questo modo i bambini possono facilmente ricordare eventi che non sono mai accaduti. La mia ricerca si è concentrata sullo scoprire quando le probabilità di comparsa di una falsa memoria sono massime.”

Secondo la ricerca di Otgaar è più facile creare un ricordo falso negativo, piuttosto che positivo, e questo smentisce la teoria di alcuni terapisti per i quali i bambini non sarebbero capace di fabbricare ricordi spiacevoli o bizzarri. Le probabilità di creazione di un falso ricordo dipendono molto dal numero di persone che lo propongono al bambino, e alla quantità delle informazioni che gli vengono riferite in proposito.

Per arrivare a questi risultati, il team di Otgaar si è messo in contatto con una quindicina di scuole, per ricevere la loro collaborazione. Tramite le scuole sono state inviate delle lettere ai genitori, e a quelli interessati è stato spiegato più approfonditamente lo scopo ed i metodi della ricerca. In breve, ogni bambino è stato sottoposto ad un colloquio della durata di circa 10 minuti, durante i quali il ricercatore ha “mentito”, dicendo ad esempio che la madre del bambino gli aveva raccontato che quando aveva 4 anni era rimasto intrappolato con le dita in una trappola per topi. Dopodichè viene incoraggiato il bambino a raccontare l’episodio, ed al termine del colloquio gli si spiega che non è mai successo, e si cerca di ottenere la sua personale interpretazione del suo comportamento in relazione alla sua accettazione della storia.
Tutti i genitori si sono raccomandati che ai loro figli venisse spiegato chiaramente, in maniera esplicita, che l’episodio proposto era inventato, ed i ricercatori si sono concentrati in particolar modo su questo punto: al termine dell’intervista è stato infatti dichiarato al bambino che si erano sbagliati, che l’episodio apparteneva ad un altro bambino e che non era successo a lui.

E qui è interessante notare che parte dei bambini che hanno raccontato l’episodio con gran dovizia di dettagli (il 40-45% della fascia tra i 7-8 anni, ed il 20-30% di quella tra gli 11-12 anni) hanno insistito sulla sua veridicità anche dopo che i ricercatori hanno espresso il loro errore. Altri hanno subito risposto che in effetti la cosa gli era sembrata strana, ma a quelli più convinti si è reso necessario spiegare a più riprese che l’evento non era mai accaduto loro (naturalmente i ricercatori, in accordo con i genitori, erano certi che il bambino non aveva mai vissuto qualcosa del genere).

La ricerca del team di Otgaar non può dirsi conclusa: rimane ancora un’incertezza fondamentale da risolvere: i bambini credevano veramente nel falso episodio che gli è stato proposto, oppure agivano di conseguenza per compiacere i loro interlocutori adulti? I racconti dei bambini relativi a ricordi reali sembrano presentare analogie che fanno pesare la prima ipotesi, ma la casistica è ancora insufficiente. E purtroppo, a questo stadio, la validità della testimonianza di un bambino in tribunale è ancora, in qualunque caso, soggetta a rischio.

Ma, uscendo dall’ambito legale, fa riflettere come la percezione personale della realtà da parte di ciascuno di noi faccia riferimento, in gran parte, su nozioni e informazioni che abbiamo appreso proprio in un età in cui eravamo molto più vulnerabili a manipolazioni, volontarie o involontarie, da parte di figure rivestite di autorità, come genitori, parenti o insegnanti scolastici. Cresciamo e viviamo passando da un nucleo o gruppo sociale all’altro, e per ogni gruppo assorbiamo per vari motivi un certo set di informazioni che – a seconda dello spirito critico posseduto – vengono assorbite e date successivamente per scontate. Per un bambino, nel pieno dell’età formativa, è naturalmente più difficile esercitare la critica su un’idea o un opinione, e la presenza del mezzo televisivo aumenta la mole di dati ricevibile, e ne impedisce il controllo: e non a caso i bambini vengono influenzati dalle pubblicità, che di per sè puntano principalmente al convincimento – specie se rivolte proprio al target preadolescente. Per fortuna ancora nessuno spot cerca di installare pseudo-ricordi nella mente degli spettatori più giovani, anche se io comunque un occhio aperto lo terrei, per prudenza.

Fonte

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