13 lug 2008

Zozzerie

Cinema | Recensioni

Joe Dirt (2001 – USA – 91′)
di Dennie Gordon
con David Spade, Brittany Daniel, Dennis Miller, Christopher Walken

Nel corso di una gioviale serata tra amici, durante la quale si è allegramente cenato e videogiocato, è capitata l’occasione – casuale e non prevista – di osservare un film piuttosto curioso: Joe Dirt (versione italiana: Le Avventure di Joe Dirt).

E’ stato un avvenimento peculiare, perchè proprio durante la cena, saltando da un argomento all’altro, mi è capitato di esprimere il mio profondo disprezzo per una formula cinematografico-consumistica che impiega umorismo di bassa lega (o meglio, da parti basse) e cameo superflui di celebrità più o meno apprezzabili.
Generalmente tutto questo si può riferire ad una categoria di film il cui titolo è composto da due parole di cui la seconda è “movie”.

Per Joe Dirt la genesi è differente, dato che le radici della sua produzione affondano tra elementi più o meno noti (almeno a livello internazionale) del Saturday Night Live, e nella compagnia di produzione di Adam Sandler – un altro comico piuttosto criticato (ma del quale posso dire poco dato che molto poco ho visto di suo). In questo caso tutto ruota intorno a David Spade, comico di medio livello che passa da sketch taglienti e apprezzabili (a quanto si dice) ai panni del protagonista, il tipico redneck statunitense, espressione di un mediocre tenore di vita, a tutti i livelli.

joedirtposter.jpgIl succo di Joe Dirt è il seguente: Joe Dirt si arrangia da vivere come uomo delle pulizie in una radio di Los Angeles, quando per caso viene messo di fronte ad un noto speaker che, nel tentativo di ridicolizzarne la figura senza pietà, finisce per il rimanere invischiato nel racconto della vita di Dirt: abbandonato da piccolo dai genitori durante una visita al Grand Canyon, si mette alla loro ricerca (baffi, parrucca fusa al cranio e tutto quanto) e attraversa mezza America, incontrando persone e rimanendo coinvolto in eventi di varia natura.

Durante la visione sorgono spontaneamente alcuni paralleli con produzioni più prestigiose, come Forrest Gump (1994) o Big Fish (2003). Seguiamo la vita del protagonista, che affronta le sfide che il mondo gli presenta con il suo personale punto di vista. Affronta numerose difficoltà, soffre, lotta, e alla fine si guadagna la sua vittoria catartica. Nel frattempo il pubblico si è affezionato, ha stabilito un rapporto emotivo, è rimasto coinvolto nella storia. E il film riesce.

Joe Dirt invece non riesce per niente.

I personaggi sono sagome di cartone. Con questo intendo dire che non possiedono una caratterizzazione degna di questo nome, che non ci viene presentato nulla di loro su cui basare l’eventuale coerenza (o incoerenza) dei loro comportamenti, che riescono ad essere asettici e incolori: se si prova simpatia o antipatia nei loro confronti, questo dipende più da uno lavorìo interiore dello spettatore piuttosto che dagli attori stessi.

Anche la trama ha la consistenza del cartone. La struttura narrativa è semplice, lineare, e debole come uno spago. Vai dal punto A al punto B. Dal punto B al punto C. Dal punto C al punto D. Dal punto D al traguardo. Non c’è nulla di sbagliato nella linearità, se la storia non è un pretesto per giustificare una sequenza di scene a tenuta stagna, come una serie di sketch che condividono la stessa ambientazione. Come dicono gli americani, sono vignette, che si consumano e si esauriscono senza lasciare traccia negli sviluppi successivi del film. Freddi meccanismi senz’anima necessari per spingere in avanti (a forza) la storia.

Se almeno l’umorismo fosse di qualità. E invece la maggior parte (per non dire tutte) le gag cadono nel vuoto, e laddove si fanno notare è per le tematiche da cesso di autogrill, di un’esemplare finesse: lo scroto di un cane rimasto appiccicato al pavimento per il troppo freddo, una capsula piena di escrementi che si riversa in testa a Joe che la crede una bomba atomica, il sesso sfrenato con la supergnocca (argomento che ricorre spesso nel film) che pensa sia sua sorella, una inutile parodia de Il Silenzio degli Innocenti (1991). Questo è il massimo che gli sceneggiatori (Spade e Fred Wolf) sono riusciti a tirare fuori dal loro cilindro: l’orrore – ma nel peggior senso del termine.

Peggio ancora, Joe Dirt viene preso da attacchi di sentimentalismo nei quali viene ribadito e sottolineato che in fondo è una persona profonda con un sincero ottimismo nei confronti della vita, e che non smetterà mai di lottare per raggiungere i suoi obiettivi. Fortunatamente, dopo qualche minuto l’attacco passa e si cambia scena, non prima che la sua storia raccolga l’ammirazione di una folla che fa invidia agli emozionati fan di Jim Carrey in The Truman Show (1998). Perchè alla fine Joe diventa un fenomeno popolare, una celebrità inseguita da cameramen e giornalisti. Ma questo non gli pesa, anzi, non ci bada proprio: lui è proiettato verso l’obbligatorio lieto fine, che raccoglie i pezzi qua e là e li arrangia alla bell’e meglio, consentendo agli spettatori di esibire presunte doti di preveggenza indovinando a colpo sicuro cosa succederà tra un minuto. Ma a quel punto il peggio è passato.

Cosa si salva in Joe Dirt? Direi Christopher Walken, la cui presenza, al confronto del resto del cast, brilla di luce propria (bilanciando il tristissimo sketch sull’erezione in barella con alcuni passi di danza che riecheggiano il videoclip di Weapon of Choice girato l’anno precedente), dando gusto ad un insipido contorno di star prese perlopiù dal circuito televisivo. Ah beh, eccetto Kid Rock. Esatto, Kid Rock, perfetto nel ruolo dell’ennesimo redneck, e senza neanche ricorrere alle arti recitative.

Io ho provato a metterci tutta la buona fede del mondo, confidando in un sottotesto magari satirico, magari parodico ed estremizzato a là South Park. Macchè, niente. Se non altro, il film rispetta in pieno il cognome del protagonista.

Ratings:
5.3/10 (IMDb)
11% (RottenTomatoes)

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