Sulla Luna
Cinema | Recensioni
Moon (2009 – 97′ – UK)
Regia: Duncan Jones
Sceneggiatura: Nathan Parker
Con Sam Rockwell, Kevin Spacey, Dominique McElligott
In un prossimo futuro, le incombenze energetiche della Terra vengono risolte raccogliendo Elio-3 sul lato oscuro della Luna. Sam Bell si occupa del monitoraggio delle apparecchiature, ed il suo contratto sta per scadere. Ma tre anni di solitudine, con la sola eccezione dell’intelligenza artificiale GERTY, possono giocare strani scherzi…
La storia di Sam Bell è destinata a fornire qualche sorpresa agli spettatori, che sembrano aver notevolmente apprezzato questo film di hard sf (ovvero di quella fantascienza meno sfrenata ma più vicina ai nostri possibili futuri) in cui si mescolano un paio di temi che orbitano (proprio come il nostro satellite) intorno al concetto di identità e umanità. Quello dell’esordiente Duncan Jones (altrimenti conosciuto come Zowie Dowie – figlio del ben più noto David Bowie) è un film che prende a piene mani dalle atmosfere di lavori famosi come 2001 Odissea nello Spazio (del quale si ritrova una certa familiarità con le architetture ed il minimalismo della base in cui vive e lavora Sam) o Solaris (per una certa pacatezza nel ritmo, che a tratti risulta piuttosto snervante).
E’ un film che più che all’azione risulta attento ai personaggi ed alle loro emozioni: Sam Rockwell, nei panni del protagonista, presenta diverse sfaccettature all’interno di una situazione che diviene sempre più assurda (anche se non del tutto imprevedibile per chi ha confidenza con il genere), ed è egregiamente accompagnato da un Kevin Spacey presente – solo nel doppiaggio – come GERTY, una AI che si dimostra differente da tutto ciò che si è visto finora, arrivando al punto di rubare la scena anche grazie ad una capacità di in-espressione che sembra amplificarne gli atteggiamenti al punto da rendere sufficiente allo scopo anche una semplice e statica emoticon.
Gli unici difetti che ho riscontrato sono forse una rigorosità non sempre mantenuta, ed un ritmo lento che di per sè non darebbe problemi, se un paio di volte non generasse dei veri e propri vuoti: forse la storia è stata diluita in maniera eccessiva. Lascio giudicare al proprio personale occhio critico quanto questi fattori pesino sull’esperienza cinematografica – dal canto mio, la fotografia, la spinta emotiva ed il sottofondo musicale, affidato alle note di un evocativo pianoforte in grado di sottolineare l’inevitabilità dell’anomalo destino dei personaggi, compensano benissimo eventuali lacune.
Inoltre, per certi versi, questo Moon mi ricorda Primer, e non tanto per il tocco fantascientifico, quanto per il tipo di narrazione utilizzato: mentre seguiamo la trama principale emergono, anche solo marginalmente, un certo numero di dettagli appena percepibili sulla scena: piccoli eventi che con il procedere del film acquistano un senso ed un’importanza sempre maggiore, contribuendo ad arricchire l’ambientazione e giustificare una seconda visione in cui integrare possibili interpretazioni su cosa è accaduto dietro le scene.
Il film è stato girato in 33 giorni, con un budget di 5 milioni di dollari: non si può propriamente parlare di low budget, anche se si discosta dai mega-blockbuster del momento come New Moon (50 milioni di dollari) o 2012 (250 milioni di dollari). Eppure Duncan Jones si è impegnato a tagliare le spese, ed infatti il cast è fortemente limitato, e gli effetti digitali sono stati minimizzati a favore di scene con modellini, per gli esterni, la cui lavorazione ha impiegato più di 8 giorni ed ha coinvolto un veterano come Bill Pearson, già supervisore in Alien. La base lunare è stata invece ricostruita interamente negli studios britannici, in uno spazio di circa 26×21 metri.
La storia accenna un finale che forse potrebbe non soddisfare tutti, ma niente paura: Jones pensa già al secondo capitolo, per il quale Rockwell ha già dato il suo benestare, che dovrebbe costituire l’epilogo vero e proprio. Anzi, a dire il vero, l’idea sarebbe di realizzare una vera e propria trilogia.
E speriamo sia un continuo crescendo, dato che Jones ha dimostrato, perlomeno, di avere lo spirito giusto per la hard sf, ed anche il giusto pizzico di umorismo. Basterà ricordare la proiezione del film richiesta al NASA Space Center da un insegnante che voleva integrare l’opera in una sua serie di lezioni, in cui si parla appunto dell’estrazione dell’Elio-3, un argomento di studio di grande attualità.
Dopo la visione viene organizzata una piccola conferenza, e viene chiesto al regista come mai la base abbia un aspetto così sgraziato, quasi come un bunker, un’immagine diversa dal tipo di progetti e di architetture che si pensa di trasportare sulla Luna.
La risposta di Jones è la seguente: “Beh, credo che in futuro non vorrete portarvi tutto con voi, vorrete usare le risorse della Luna per le costruzioni.”
Al che una donna tra il pubblico alza una mano e aggiunge: “Io sto lavorando proprio in questo periodo su un materiale che chiamiamo Mooncrete, un cemento ottenibile mescolando il regolith lunare (lo strato di roccia che copre quasi tutto il satellite, generato dal bombardamento di meteoriti e particelle solari, ndBB) con l’acqua ghiacciata delle calotte polari.”
Come dicevo prima, lo spirito di Jones mi sembra quello giusto, soprattutto non privo di un certo buonsenso.
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