Un Paio di Zombi
MondoZombie | Televisione | VideogiochiOgni tanto spunta qualche piacevole novità sul fronte zombi: negli ultimi anni di pregevole c’è stato Shaun of the Dead, o lo Zombi Survival Guide di Max Brooks, oppure ancora [Rec], mentre lo stesso Romero ha partecipato in misura (qualitativamente direi) minore, con Land of the Dead e con Diary of the Dead (che mi riprometto di vedere anche se non se ne parla granchè bene).
Questa settimana le novità sono state due: una effettiva e l’altra scoperta con un mese di ritardo.
Andiamo per ordine.

Qualche giorno fa è uscito Left 4 Dead, il cooperativistico zombie-FPS della Valve, che ha plasmato sul Source una nuova ambientazione ed uno spirito di gioco decisamente diverso dal solito, leggero ma anche più armonico nelle sue parti e nel voler essere più cinematografico.
Il cuore del gioco è lineare quanto il suo svolgimento: due settimane dopo la solita “infezione generale”, un gruppo di quattro sopravvisuti cerca scampo tra le orde di esseri infetti che popolano ogni centro abitato (e non). Ci troviamo un pò sui margini del canone zombie, dato che qui i mostri corrono e non necessitano di un colpo alla testa per esseri messi fuori gioco, secondo i principi che si adattano non tanto al remake di Dawn of the Dead quanto a 28 Giorni Dopo.
Ma il gioco è coinvolgente. Cazzarola se lo è. Il gameplay è ridotto all’osso: in ogni mappa (5 mappe per 4 campagne) non si deve far altro che procedere tra due safe house, dal punto A al punto B. I rifornimenti sono scarsi (tranne che nelle dette safe house), e l’opposizione numerosa e composta anche da elementi “speciali” che aggiungono altro pepe alla disperata fuga. I personaggi si lasciano andare a commenti gustosi, sui muri campeggiano iscrizioni alla Portal che rendono il mondo più vissuto, la musica si accompagna bene aggiungendo un saliscendi di cori femminili ectoplasmici all’avvicinarsi di uno dei particolari avversari. Il “Director”, una specie di AI che si preoccupa di calibrare l’arrivo dei nemici a seconda del ritmo dei giocatori, sembra fare il suo lavoro (anche se a mio parere non è che ci voglia molto eh, dato che in pratica alterna momenti di tranquillità ad altri in cui una folla di infetti si precipita sul gruppo), differenziando una partita dall’altra.
Left 4 Dead si lascia giocare, e non vedo l’ora di provarlo in cooperativo – l’esperienza che prevedo potrebbe eguagliare quella di Alien vs Predator in quanto a divertimento. Si potrà obiettare che c’è poca carne al fuoco: tre armi diverse (in due versioni diverse), interazione limitata con l’ambiente, spara & fuggi e niente più, ma è viscerale quanto basta e non ci sono distrazioni. Resto scettico più che altro vedendo il prezzo: 50€ sono veramente troppi, considerando che la maggior parte dei contenuti verrà sviluppato dalla community (qualcuno sta già realizzando il centro commerciale del Dawn of the Dead di Snyder, ad esempio, ed è in lavorazione Left 4 Winchester, basato proprio su Shaun of the Dead!).

Ho invece scoperto ieri che verso la fine di ottobre il britannico Channel 4 ha trasmesso la miniserie Dead Set, realizzata da Charlie Brooker, che ha un concept decisamente interessante: qui i protagonisti sono i partecipanti del Big Brother inglese, che si trovano in mezzo all’infezione generale – e questa volta sono proprio zombi, e corrono forte – e paradossalmente nel luogo più sicuro che possano trovare, ovvero l’abitazione utilizzata nello spettacolo. Ovviamente le cose non possono andare per le lunghe, specie quando l’assistente alla produzione piomba dentro la casa, insanguinata e con un paio di forbici in mano, a turbare la routine del gruppo disfunzionale.
E’ una produzione a basso budget, che impiega un buon reparto di effetti speciali per il copioso gore a cui si assiste nelle 5 puntate (e parliamo di smembramenti alla Romero che in un momento, verso la fine, hanno un picco alla Brain Dead). Dead Set è gradevole, nel suo genere, soprattutto per il substrato satirico che contiene, nei confronti del mezzo televisivo, del pubblico televisivo e di tutta la vuota mitologia del “divo”, la lunga discesa nell’inettitudine che ideologicamente potrebbe trovare il suo punto di partenza nel famoso commento di Andy Warhol. La gente desidera e assedia fanaticamente i suoi divi, il produttore massacra le sue creature fino all’estremo, la televisione è uno specchio cieco che guarda sè stessa all’infinito. E le persone che la televisione rende “speciali” spesso sono dei cretini senza alcun talento (o quasi), perchè tanto se il grande pubblico ama mangiare monnezza, ne avrà quanta ne vuole. Ecco, il problema è che adesso non si parla quanto della miniserie ma della realtà. Comunque sia, Dead Set per me è da guardare, fino in fondo, anche perchè una roba del genere qua in Italia ce la sogniamo almeno fino al 2050.
Concluderei ponendo un parallelo tra queste due produzioni: in Left 4 Dead il succo è aiutarsi e collaborare reciprocamente (il fondamento di ogni gruppo sociale), mentre in Dead Set il gruppo non è assolutamente amalgamato, anzi, è più rilevante l’individualismo generato dalla competizione, che stavolta non è costretto da una situazione estrema come può essere quella di Battle Royale, ma dal proprio personale egocentrismo/esibizionismo e voglia di farsi pubblicità per mordere le briciole dello show business. In entrambi i casi abbiamo una lotta per la sopravvivenza, ma nel secondo il mondo a cui legato non è quello reale, quanto quello patinato – e completamente slegato dalla realtà – dei media.
E noi che ancora li stiamo a guardare.
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