Un Messaggio da un Mondo Lontano
K1LL5W1TCH | Società | TelevisioneLe nostre metropoli ci schiacciano.
Quando dico “nostre” penso al cittadino ed allo spirito di appartenenza che lo lega al posto in cui vive, lavora, si incontra con gli amici o porta a compimento le attività minori che completano la sua sopravvivenza o l’appagamento dei suoi piaceri. A dire il vero, il rapporto di dominanza è invertito: noi siamo “loro”. La dipendenza è fisica e psicologica. Il solo pensare di andarsene via – senza esperienze traumatiche o di saturazione che ci portino ad una decisione radicale – ci appare come un’utopia, o al peggio come una follia. Fuori dai confini urbani c’è solo Terra Obscura.
E quindi rimaniamo dentro, e veniamo schiacciati. O viviamo schiacciati, compressi tra la popolazione di un aspirante alveare umano (se già non lo è diventato) che si accalca per i marciapiedi, per le strade, nei mezzi pubblici, negli ascensori. Diceva bene Huxley: l’uomo non è un animale sociale, così sociale. Esiste un limite di grandezza oltre il quale la città perde la dimensione umana e diviene l’agglomerato in cui il cittadino diventa formica, perde ogni capacità decisionale nei confronti dell’ambiente che lo circonda e si limita a rizzare le antenne per evitare gli ostacoli.
E’ vero però che quando la metropoli perde il suo lato umano, la maggior parte della gente (sono ottimista) cerca di ritrovarlo su una scala minore. Se diventa impossibile pensare a tutta una città, scendiamo al nostro quartiere, al nostro condominio. Le proprie intime insicurezze, il timore del confronto con gli altri, una spiccata remissività o altri fattori possono indurci a percepire mondi ancora più piccoli: il nostro appartamento, addirittura una singola stanza. L’unità minima dello spazio, dove sentirci al sicuro dal mondo e dalle persone, dall’informe massa della “gente”.
A questo punto stiamo parlando (sicuramente!) di una percentuale minima di una qualunque popolazione post-moderna. Ma ciò non le impedisce di essere una percentuale significativa, se in altre nazioni è divenuta una vera e propria entità sociale con tanto di etichetta.
E’ la massa dei NEET (Not currently engaged in Employment, Education or Training), una fascia sociale che comprende gli individui tra i 16-18 anni in Gran Bretagna, e tra i 15-34 anni in Giappone, che hanno terminato gli studi ma non sono entrati nel mercato del lavoro: una situazione che può essere sia temporanea che permanente. I giapponesi applicano un identikit ancora più calzante: disoccupato, single, non segue corsi professionali, non va a scuola, non lavora in casa, non cerca nè il lavoro nè di acquisire le competenze tecniche necessarie per trovare un lavoro.
E’ proprio il lato giapponese della questione che mi interessa: infatti il NEET nipponico soffre il più delle volte di un totale rifiuto del mondo lavorativo dell’impiegato-tipo, il salaryman, che vive per lavorare e lavora per vivere, ed è caratterizzato dalla diligenza, la sottomissione gerarchica, il legame affettivo con i suoi colleghi, un conformismo assoluto e straordinari quotidiani a go-go. Anche il dibattito infuocato sui karoshi, le morti (perlopiù per cause cardiache) da stress da superlavoro, ha contribuito ad incentivare nelle nuove generazioni un pressante desiderio di allontanarsi da questi standard, senza però riuscire a focalizzare un obiettivo alternativo. In un circolo vizioso, il rifiuto per il mondo del lavoro, e di ciò che porta al lavoro, porta in alcuni casi al rifiuto per il mondo intero, fino al fenomeno estremo degli hikikomori, gli asociali cronici (ma attenzione: in Giappone sono più visibili, ma esistono anche nel resto del mondo).
Gli hikikomori hanno combinato il rifiuto di cui sopra con una regressione nel rapporto genitoriale. Di fatto, si sono ritirati dal mondo nella casa dei loro genitori (parliamo per la maggior parte di casi di adolescenti di ceto medio-alto), in cui vivevano o per convenienza, o a causa di fallimenti sociali o accademici. Il ritiro è completo: molti hikikomori non escono di casa. Alcuni neanche dalle loro camere da letto.
In loro aiuto è stato compiuto un tentativo che appare quasi più inquietante del fenomeno: la casa discografica Avex ha prodotto un DVD intitolato Miteiru Daku (”sto solo guardando”), il cui contenuto è pienamente coerente con il titolo.
(Qualcuno ha detto Magibon?)
Il filmato mostra tutto. Modelle e donne di varia età che non fanno molto, se non guardare, battere le palpebre, muoversi di quel poco che basta e dire qualcosa ogni tanto.
Il concetto di fondo è abituare un hikikomori (la cui maggioranza sono maschi – il 20% dei maschi giapponesi) alla percezione di un estraneo nel proprio spazio vitale, al contatto visivo ed alla sensazione di trovarsi di fronte ad un’altra persona che sembra aspettare una qualche interazione.
Deve fare un’impressione strana avere in camera una donna che ti guarda per interi minuti dallo schermo del televisore. Ma credo che per qualcuno totalmente privo di contatti sociali possa lanciare un significato diverso. Quello che mi chiedo è se il DVD della Avex non rischi di spostare l’attenzione dell’hikikomori da sè stesso al televisore, che già di per sè è un ricettacolo di offerte asettiche ed impersonali. Forse no, perchè le diverse modelle che appaiono nel DVD hanno i loro blog, e una volta diventato un loro fan (perchè il carico emotivo è inevitabile), dal televisore ci si potrebbe spostare ad internet. E poi chissà.
Potrebbe funzionare.
Fonte: clast
Technorati Tags: NEET, karoshi, hikikomori, Miteiru Daku

Il succo di Joe Dirt è il seguente: Joe Dirt si arrangia da vivere come uomo delle pulizie in una radio di Los Angeles, quando per caso viene messo di fronte ad un noto speaker che, nel tentativo di ridicolizzarne la figura senza pietà, finisce per il rimanere invischiato nel racconto della vita di Dirt: abbandonato da piccolo dai genitori durante una visita al Grand Canyon, si mette alla loro ricerca (baffi, parrucca fusa al cranio e tutto quanto) e attraversa mezza America, incontrando persone e rimanendo coinvolto in eventi di varia natura.