Archivio: luglio 2008


22 lug 2008

Un Messaggio da un Mondo Lontano

K1LL5W1TCH | Società | Televisione

Le nostre metropoli ci schiacciano.

Quando dico “nostre” penso al cittadino ed allo spirito di appartenenza che lo lega al posto in cui vive, lavora, si incontra con gli amici o porta a compimento le attività minori che completano la sua sopravvivenza o l’appagamento dei suoi piaceri. A dire il vero, il rapporto di dominanza è invertito: noi siamo “loro”. La dipendenza è fisica e psicologica. Il solo pensare di andarsene via – senza esperienze traumatiche o di saturazione che ci portino ad una decisione radicale – ci appare come un’utopia, o al peggio come una follia. Fuori dai confini urbani c’è solo Terra Obscura.

E quindi rimaniamo dentro, e veniamo schiacciati. O viviamo schiacciati, compressi tra la popolazione di un aspirante alveare umano (se già non lo è diventato) che si accalca per i marciapiedi, per le strade, nei mezzi pubblici, negli ascensori. Diceva bene Huxley: l’uomo non è un animale sociale, così sociale. Esiste un limite di grandezza oltre il quale la città perde la dimensione umana e diviene l’agglomerato in cui il cittadino diventa formica, perde ogni capacità decisionale nei confronti dell’ambiente che lo circonda e si limita a rizzare le antenne per evitare gli ostacoli.

E’ vero però che quando la metropoli perde il suo lato umano, la maggior parte della gente (sono ottimista) cerca di ritrovarlo su una scala minore. Se diventa impossibile pensare a tutta una città, scendiamo al nostro quartiere, al nostro condominio. Le proprie intime insicurezze, il timore del confronto con gli altri, una spiccata remissività o altri fattori possono indurci a percepire mondi ancora più piccoli: il nostro appartamento, addirittura una singola stanza. L’unità minima dello spazio, dove sentirci al sicuro dal mondo e dalle persone, dall’informe massa della “gente”.

A questo punto stiamo parlando (sicuramente!) di una percentuale minima di una qualunque popolazione post-moderna. Ma ciò non le impedisce di essere una percentuale significativa, se in altre nazioni è divenuta una vera e propria entità sociale con tanto di etichetta.
E’ la massa dei NEET (Not currently engaged in Employment, Education or Training), una fascia sociale che comprende gli individui tra i 16-18 anni in Gran Bretagna, e tra i 15-34 anni in Giappone, che hanno terminato gli studi ma non sono entrati nel mercato del lavoro: una situazione che può essere sia temporanea che permanente. I giapponesi applicano un identikit ancora più calzante: disoccupato, single, non segue corsi professionali, non va a scuola, non lavora in casa, non cerca nè il lavoro nè di acquisire le competenze tecniche necessarie per trovare un lavoro.

E’ proprio il lato giapponese della questione che mi interessa: infatti il NEET nipponico soffre il più delle volte di un totale rifiuto del mondo lavorativo dell’impiegato-tipo, il salaryman, che vive per lavorare e lavora per vivere, ed è caratterizzato dalla diligenza, la sottomissione gerarchica, il legame affettivo con i suoi colleghi, un conformismo assoluto e straordinari quotidiani a go-go. Anche il dibattito infuocato sui karoshi, le morti (perlopiù per cause cardiache) da stress da superlavoro, ha contribuito ad incentivare nelle nuove generazioni un pressante desiderio di allontanarsi da questi standard, senza però riuscire a focalizzare un obiettivo alternativo. In un circolo vizioso, il rifiuto per il mondo del lavoro, e di ciò che porta al lavoro, porta in alcuni casi al rifiuto per il mondo intero, fino al fenomeno estremo degli hikikomori, gli asociali cronici (ma attenzione: in Giappone sono più visibili, ma esistono anche nel resto del mondo).

Gli hikikomori hanno combinato il rifiuto di cui sopra con una regressione nel rapporto genitoriale. Di fatto, si sono ritirati dal mondo nella casa dei loro genitori (parliamo per la maggior parte di casi di adolescenti di ceto medio-alto), in cui vivevano o per convenienza, o a causa di fallimenti sociali o accademici. Il ritiro è completo: molti hikikomori non escono di casa. Alcuni neanche dalle loro camere da letto.

In loro aiuto è stato compiuto un tentativo che appare quasi più inquietante del fenomeno: la casa discografica Avex ha prodotto un DVD intitolato Miteiru Daku (”sto solo guardando”), il cui contenuto è pienamente coerente con il titolo.

(Qualcuno ha detto Magibon?)

Il filmato mostra tutto. Modelle e donne di varia età che non fanno molto, se non guardare, battere le palpebre, muoversi di quel poco che basta e dire qualcosa ogni tanto.
Il concetto di fondo è abituare un hikikomori (la cui maggioranza sono maschi – il 20% dei maschi giapponesi) alla percezione di un estraneo nel proprio spazio vitale, al contatto visivo ed alla sensazione di trovarsi di fronte ad un’altra persona che sembra aspettare una qualche interazione.
Deve fare un’impressione strana avere in camera una donna che ti guarda per interi minuti dallo schermo del televisore. Ma credo che per qualcuno totalmente privo di contatti sociali possa lanciare un significato diverso. Quello che mi chiedo è se il DVD della Avex non rischi di spostare l’attenzione dell’hikikomori da sè stesso al televisore, che già di per sè è un ricettacolo di offerte asettiche ed impersonali. Forse no, perchè le diverse modelle che appaiono nel DVD hanno i loro blog, e una volta diventato un loro fan (perchè il carico emotivo è inevitabile), dal televisore ci si potrebbe spostare ad internet. E poi chissà.

Potrebbe funzionare.

Fonte: clast

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13 lug 2008

Zozzerie

Cinema | Recensioni

Joe Dirt (2001 – USA – 91′)
di Dennie Gordon
con David Spade, Brittany Daniel, Dennis Miller, Christopher Walken

Nel corso di una gioviale serata tra amici, durante la quale si è allegramente cenato e videogiocato, è capitata l’occasione – casuale e non prevista – di osservare un film piuttosto curioso: Joe Dirt (versione italiana: Le Avventure di Joe Dirt).

E’ stato un avvenimento peculiare, perchè proprio durante la cena, saltando da un argomento all’altro, mi è capitato di esprimere il mio profondo disprezzo per una formula cinematografico-consumistica che impiega umorismo di bassa lega (o meglio, da parti basse) e cameo superflui di celebrità più o meno apprezzabili.
Generalmente tutto questo si può riferire ad una categoria di film il cui titolo è composto da due parole di cui la seconda è “movie”.

Per Joe Dirt la genesi è differente, dato che le radici della sua produzione affondano tra elementi più o meno noti (almeno a livello internazionale) del Saturday Night Live, e nella compagnia di produzione di Adam Sandler – un altro comico piuttosto criticato (ma del quale posso dire poco dato che molto poco ho visto di suo). In questo caso tutto ruota intorno a David Spade, comico di medio livello che passa da sketch taglienti e apprezzabili (a quanto si dice) ai panni del protagonista, il tipico redneck statunitense, espressione di un mediocre tenore di vita, a tutti i livelli.

joedirtposter.jpgIl succo di Joe Dirt è il seguente: Joe Dirt si arrangia da vivere come uomo delle pulizie in una radio di Los Angeles, quando per caso viene messo di fronte ad un noto speaker che, nel tentativo di ridicolizzarne la figura senza pietà, finisce per il rimanere invischiato nel racconto della vita di Dirt: abbandonato da piccolo dai genitori durante una visita al Grand Canyon, si mette alla loro ricerca (baffi, parrucca fusa al cranio e tutto quanto) e attraversa mezza America, incontrando persone e rimanendo coinvolto in eventi di varia natura.

Durante la visione sorgono spontaneamente alcuni paralleli con produzioni più prestigiose, come Forrest Gump (1994) o Big Fish (2003). Seguiamo la vita del protagonista, che affronta le sfide che il mondo gli presenta con il suo personale punto di vista. Affronta numerose difficoltà, soffre, lotta, e alla fine si guadagna la sua vittoria catartica. Nel frattempo il pubblico si è affezionato, ha stabilito un rapporto emotivo, è rimasto coinvolto nella storia. E il film riesce.

Joe Dirt invece non riesce per niente.

I personaggi sono sagome di cartone. Con questo intendo dire che non possiedono una caratterizzazione degna di questo nome, che non ci viene presentato nulla di loro su cui basare l’eventuale coerenza (o incoerenza) dei loro comportamenti, che riescono ad essere asettici e incolori: se si prova simpatia o antipatia nei loro confronti, questo dipende più da uno lavorìo interiore dello spettatore piuttosto che dagli attori stessi.

Anche la trama ha la consistenza del cartone. La struttura narrativa è semplice, lineare, e debole come uno spago. Vai dal punto A al punto B. Dal punto B al punto C. Dal punto C al punto D. Dal punto D al traguardo. Non c’è nulla di sbagliato nella linearità, se la storia non è un pretesto per giustificare una sequenza di scene a tenuta stagna, come una serie di sketch che condividono la stessa ambientazione. Come dicono gli americani, sono vignette, che si consumano e si esauriscono senza lasciare traccia negli sviluppi successivi del film. Freddi meccanismi senz’anima necessari per spingere in avanti (a forza) la storia.

Se almeno l’umorismo fosse di qualità. E invece la maggior parte (per non dire tutte) le gag cadono nel vuoto, e laddove si fanno notare è per le tematiche da cesso di autogrill, di un’esemplare finesse: lo scroto di un cane rimasto appiccicato al pavimento per il troppo freddo, una capsula piena di escrementi che si riversa in testa a Joe che la crede una bomba atomica, il sesso sfrenato con la supergnocca (argomento che ricorre spesso nel film) che pensa sia sua sorella, una inutile parodia de Il Silenzio degli Innocenti (1991). Questo è il massimo che gli sceneggiatori (Spade e Fred Wolf) sono riusciti a tirare fuori dal loro cilindro: l’orrore – ma nel peggior senso del termine.

Peggio ancora, Joe Dirt viene preso da attacchi di sentimentalismo nei quali viene ribadito e sottolineato che in fondo è una persona profonda con un sincero ottimismo nei confronti della vita, e che non smetterà mai di lottare per raggiungere i suoi obiettivi. Fortunatamente, dopo qualche minuto l’attacco passa e si cambia scena, non prima che la sua storia raccolga l’ammirazione di una folla che fa invidia agli emozionati fan di Jim Carrey in The Truman Show (1998). Perchè alla fine Joe diventa un fenomeno popolare, una celebrità inseguita da cameramen e giornalisti. Ma questo non gli pesa, anzi, non ci bada proprio: lui è proiettato verso l’obbligatorio lieto fine, che raccoglie i pezzi qua e là e li arrangia alla bell’e meglio, consentendo agli spettatori di esibire presunte doti di preveggenza indovinando a colpo sicuro cosa succederà tra un minuto. Ma a quel punto il peggio è passato.

Cosa si salva in Joe Dirt? Direi Christopher Walken, la cui presenza, al confronto del resto del cast, brilla di luce propria (bilanciando il tristissimo sketch sull’erezione in barella con alcuni passi di danza che riecheggiano il videoclip di Weapon of Choice girato l’anno precedente), dando gusto ad un insipido contorno di star prese perlopiù dal circuito televisivo. Ah beh, eccetto Kid Rock. Esatto, Kid Rock, perfetto nel ruolo dell’ennesimo redneck, e senza neanche ricorrere alle arti recitative.

Io ho provato a metterci tutta la buona fede del mondo, confidando in un sottotesto magari satirico, magari parodico ed estremizzato a là South Park. Macchè, niente. Se non altro, il film rispetta in pieno il cognome del protagonista.

Ratings:
5.3/10 (IMDb)
11% (RottenTomatoes)

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11 lug 2008

Fluisco!

Comunicazioni di Servizio

Perdonatemi se è da un pò che non posto più, ma sto attraversando una fase piuttosto delicata (lavorativamente parlando) che mi fa assomigliare ad una pallina da ping-pong. Un paio di volte sono stato sul punto di fare una sortita per mettere su un pò di materiale arretrato. FAIL!
Non appena la situazione si stabilizzerà di nuovo, tornerò.
Seguirà resoconto.