Io li odio, gli animali, e quelli che odio di più sono quelli che amo di più, perchè mi fanno pensare a quando se ne andranno, a quando non ci saranno più, a quando mi lasceranno qui, fermo, con tutto quel peso addosso che ti sembra incredibile, ti sembra impensabile che un animale possa causarti tutto questo dolore, eppure c’è e lo senti, e quasi ti verrebbe voglia di essere come quelli che in loro non vedono nulla, solo zampe code pelo e carne, e che magari, in fondo in fondo, non riescono neanche a starci male. Ma non è possibile, perchè con i giorni l’affetto penetra sempre più in fondo, ed è assurdo come una persona possa arrivare a pensarne male, nel momento più buio. Un elemento unico e insostituibile della tua vita se ne va, e non riesci neanche a pensare di sostituirlo, come non potresti sostituire i tuoi genitori, i tuoi fratelli, i tuoi amici. E alle volte il tuo cuore si chiude, perchè già una volta hai letto la fine del libro, e sai che il finale non cambia. Ma nonostante questo si riesce a ripetersi, e ad apprezzare ciò che sta in mezzo, giorni, mesi e anni in cui si coccola, si sgrida, ci si lamenta o si raccontano quelle cose strane e buffe che questi nostri compagni compiono. E in fondo al cuore daremmo la nostra vita per loro, anche se è difficile accettarlo e anche se a pensarci bene è una cosa stupida da dire, ma solo se te la fa dire il cervello.
Non è lui a parlare, in quei momenti.
E’ come essere immortali tra i mortali, e ripetere un’esperienza tragica di chi ci sta vicino, di chi ci è caro, disperandosi ogni volta per poi ricominciare da capo, superando quel muro di dolore che potrebbe isolarci da ogni possibile luce. Alle volte penso a quanta forza portiamo dentro di noi, e neanche ce ne accorgiamo, perchè, dopotutto, sarebbe così facile cadere e lasciarsi andare.
Quanti gatti, e quanti cani sono passati per casa mia, e quanti se ne sono andati, in un modo o nell’altro. Ogni volta ti scavano un vuoto, e puoi quasi toccarlo con mano. E anche adesso mi capita di pensare, e il solo pensiero mi fa sanguinare. Come il ricordo antico di quel gattino, accoccolato nella gabbietta, sotto il lavandino, morto perchè la sua padrona, alla quale l’avevamo strappato, semplicemente lo trascurava. Piccolo, piccolo, silenzioso immobile.
Come addormentato. Potresti pensare che anche la morte abbia agito controvoglia.
Io, in ginocchio, accanto, piangevo.