Archivio: febbraio 2004


22 feb 2004

Due Band

Musica



La prima band è quella degli australiani The Superjesus. Formatisi nel 1996, il trio composto dalla cantante Sarah McLeod, dal bassista Stuart Rudd e dal batterista Paul Berryman propone un rock melodico che accosta alla perfezione il suono delle chitarre alla voce limpida della McLeod. Un gruppo che, pur attraversando diversi cambi di formazione (dovuti perlopiù all’abbandono del chitarrista originale, Chris Tennent, e di quello trovato per sostituire il primo, Tim Henwood), è riuscito a farsi notare in patria, ottenendo due ARIA (l’equivalente australiano dei Grammy Awards). Tanto da portarlo, negli ultimi anni, a suonare la sua musica anche oltreoceano, ma senza particolare successo – o meglio: senza diventare un vero e proprio gruppo mainstream, tant’è che dei The Superjesus in pochi se ne sono accorti. Eppure, quelli a cui capita di ascoltare qualche loro brano (uno tra tutti che reputo molto rappresentativo dello stile musicale: “Enough to Know”), non riescono a non rimanerne incantati. Ancora una volta, un gruppo validissimo che si conosce pochissimo, e che merita un notevole apprezzamento.



La seconda band è invece quella dei Ten Masked Men. Che in realtà è una cover band, composta da cinque scatenati inglesi che hanno fatto loro ragione di vita quella di trasporre i successi pop degli anni ‘80-’90 in chiave death metal. I brani proposti nei loro vari lavori hanno una qualità piuttosto diversa, alcuni sembrano molto azzeccati, altri possono risultare noiosi o comunque svogliati, cosa che può venire aggravata dalla mancanza di una certa energia creativa nel reparto vocale (che si limita ad un growl continuo che in un secondo momento può diventare alquanto monotono). Quelli che almeno una volta nella vita hanno pensato a come sarebbe stata una certa canzone pop con la voce di Max Cavalera (o voci equivalenti) dovrebbero ascoltarli almeno una volta (brani come “Disco Inferno” – Trammps, “Blue” – Eiffel 65 o “Livin’ La Vida Loca” – Ricky Martin, non possono non incuriosire…).

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21 feb 2004

Assistenza Clienti Gratuita

BeeTLe BeTHLeHeM

La piccola Inge girò su sè stessa per vedere se riusciva a ritrovare la sua mamma, tra i tanti visitatori dell’immenso palazzo pieno di camere.
Avevano seguito la strada blu, attraversando salotti, cucine, e i posti pieni di tavoli e sedie, nei quali la gente si muoveva a passi lenti, toccando, esaminando, muovendo, parlando con toni bassi e rilassati, agitando cartellini con prezzi e nomi che per Inge avevano ben poco significato.
E poi era rimasta sola.
Persa tra giganteschi scaffali pieni di mobili smontati, Inge era improvvisamente saltata fuori dalla trance ipnotica che infestava il posto, un mormorio subiminale impercettibile che generava un’innocua sonnolenza. Un mantra minuziosamente elaborato per attirare e guidare ogni persona verso le sue ambizioni di consumatore. E come tutti gli altri, Inge aveva cominciato a vagare come in un sogno, lasciandosi trasportare dalla strada e dai piedi che ci strisciavano sopra, associando ad ogni padiglione ricordi strappati ai mondi del sonno.
- Mamma?
Inge continuò a girare su sè stessa, ma la sua mamma non era da nessuna parte. La gente si sistemava in file ordinate, lì dove si pagava, oppure la vedeva dirigersi dietro un angolo, in gruppi, verso chissà-che-cosa. Eppure la mamma doveva essere lì vicino. Nella testa di Inge risuonava la promessa di una Prinsesstarte, non appena finita la visita, ed era successo poco prima, pochissimo, forse un secondo prima, e poi lei aveva battuto gli occhi e sua madre non c’era più.
- Mamma?
Inge fece qualche passo in avanti, incerta, verso nessuna direzione in particolare, stringendosi nel cappottino giallo e continuando ad osservare la gente che girava l’angolo verso sinistra e procedevano nel largo corridoio aperto verso il chissà-che-cosa. Dal soffitto poteva sentire Frau Bormi cantare “Sveden scai is muvin uit mi“, e Inge chiuse ed aprì i piccoli pugni come per risvegliarli da un torpore ormai svanito. Era curiosa di vedere dove andava quella gente, e forse lì avrebbe trovato la sua mamma, per cui valeva la pena tentare.
- Scusa?
Il signore era molto alto e guardava all’esterno il cielo scuro e la lunga processione di auto lungo la statale. Teneva una mano su due scatole di cartone sottili e grandi, e le lanciò uno sguardo senza dire una parola.
Inge guardò lungo il largo corridoio, verso il fondo, dove la gente si fermava di fronte ai piccoli muri dove le ragazze vestite di giallo e blu parlavano con loro, lo indicò e disse:
- Cosa c’è là?
Il signore sorrise e disse: – Là è dove la gente va se gli manca qualcosa.
Inge decise che la risposta era proprio adatta alla sua situazione, e corse via verso le ragazze. Piccoli passi veloci nelle sue scarpette nere e lucide, e arrivata allo sportello dovette allungare una mano per raggiungere il piano.
- E qui chi c’è? -, disse una voce squillante. La ragazza doveva averla vista. Inge indietreggiò indietro di qualche passo per avere il contatto visivo con un volto pallido e lentigginoso. Capelli ricci e rossi erano legati dietro le spalle. Il volto sorrideva.
- Mi manca la mamma!
Se la gente chiedeva quello che mancava, avrebbe funzionato anche per lei. La mamma le mancava tantissimo. Sentì quasi le lacrime salirle dietro gli occhi, ma tirò un respiro e le rimandò giù.
- Ah! -, disse la ragazza battendo le mani dalle unghie lunghe, – ti manca la mamma! Non ti preoccupare piccola, adesso sistemo tutto io!
Inge saltellò un paio di volte sul posto. La ragazza era buona, e le avrebbe riportato la mamma. Fece una piccola risatina, mentre il volto lentigginoso scrutava qualcosa davanti a lei, sul piano, come una specie di libro di cui la bambina riusciva a vedere le pagine mentre la ragazza lo sfogliava.
- Ecco qua -, disse infine la ragazza. Guardò Inge negli occhi e allargò ancora di più il suo sorriso. Inge tenne il fiato.
- Puoi scegliere: abbiamo ancora a disposizione una mamma Strumfa, una mamma Klopit, e una mamma Clitte. Quale preferisci?
Gli occhi di Inge si spalancarono. Le parole della ragazza le avevano congelato lo stomaco.
- Allora? Quale vuoi? Ti conviene sceglierne una prima che se la prenda qualcun altro…
Inge sentì nuovamente le lacrime salirle agli occhi, e questa volta non fece nulla per ostacolarle. Stropicciandosi le palpebre piagnucolò:
- Voglio la mia mamma! Non voglio una mamma Strumfa!
E corse via piangendo, gettandosi di nuovo nel labirinto di camere, scomparendo tra la gente che vagava senza meta tra i padiglioni, occhi socchiusi e lingua impastata.
La ragazza allo sportello scrollò le spalle e chiuse il catalogo. Anche stavolta le mamme sarebbero rimaste in magazzino.

16 feb 2004

Venti Minuti di NetHack

BeeTLe BeTHLeHeM | Videogiochi

Questa è la storia di Yi Hu Che, un valoroso samurai che decise di scendere nelle grotte del Destino per recuperare l’amuleto di Yendor, con il quale avrebbe soddisfatto la benigna dea Amaterasu Omikami.
Dopo aver disceso grotte su grotte (durante la cui discesa si imbattè in un amuleto che ebbe catastrofici effetti sulla sua mascolinità – ma questa è un’altra storia), egli trovò, in un mucchio di oggetti abbandonati dai quali saltarono fuori serpenti affamati che sgominò con i suoi nunchaku (perchè la sua katana si era precedentemente arrugginita dopo che un getto d’acqua l’aveva colpita), un paio di stivali che prontamente indossò.
Mal gliene colse, perchè da allora si rese conto che quasi ad ogni passo incespicava ed inciampava, emettendo un fracasso infernale poco adatto a quei luoghi.
Trovata una fontana, decise di tentare di immergere gli stivali maledetti: aveva infatti sentito dire che in alcuni casi la maledizione in questo modo svaniva.
Yi Hu Che scoprì invece che altre volte il compimento di un’azione del genere provocava anche la comparsa di due demoni dell’acqua infuriati.
L’ipotesi di un combattimento portava tristi presagi, per cui il valoroso samurai decise di darsi ad una temporanea e strategica fuga, per il tempo sufficiente a mettere abbastanza distanza tra lui ed i due demoni che lo inseguivano per tirare fuori il suo arco e bombardarli di frecce.
Al termine di un tortuoso corridoio trovò una porta chiusa. I demoni lo incalzavano. Disperato, Yi Hu Che riuscì, insperatamente, ad aprire la porta al primo colpo, nonostante gli stivali lo facessero quasi cadere a terra.
Dall’altra parte lo attendevano tre bugbear, due coboldi, uno gnomo, un altro demone dell’acqua ed altre creature nascoste là dove i suoi occhi non arrivavano. Perchè quella era la stanza del trono, che le leggende dicevano custodita da innumerevoli creature maligne.
E non era questa la volta in cui una leggenda si sbagliava.
Così finisce la storia di Yi Hun Che, valoroso (e defunto) samurai, che discese nelle grotte del Destino proprio durante una giornata no.

11 feb 2004

Magnetizzazione o Morte!

BeeTLe BeTHLeHeM

E’ da un pò che non scrivo sul NeuroGrill, principalmente perchè durante il giorno lavoro alacremente, e le poche energie rimaste le uso la sera per aggiornare il World of Weird (dato che durante il giorno sto fuori casa – e tra poco ci starò 5 giorni su 7, dato che finalmente la B-Know ha trovato un ufficio). Per evitare di perderci troppo l’abitudine, aggiorno il tutto con un pò di fatti miei.
Stamattina decido di intraprendere la rischiosa missione di portare a “riparare” la mia tessera elettronica MeTreBus che già da tempo si è misteriosamente smagnetizzata. E’ interessante notare come intorno a questo tipo di tessera si sia sviluppato un curioso paradosso. Ricaricando la scheda si ottiene una ricevuta – uno scontrino – che testimonia il pagamento. Gli autobus e le fermate della metropolitana sono provvisti di apposite apparecchiature che registrano la validità della tessera permettendo l’accesso al passeggero. Della totalità dei controllori che girano per la città, invece, solo alcuni hanno a disposizione gli scanner per leggere la tessera.
E gli altri?
Gli altri ti chiedono lo scontrino. E se non ce l’hai vieni multato. Anche se a pochi metri di distanza ci sono quelle stesse “macchinette” che ti hanno concesso il passaggio (sempre che tu non sia passato di straforo dallo spazio riservato a “chi ha la tessera”, quella vecchia, cartacea, la cui estinzione è ormai quasi completa), passaggio che non ti sarebbe stato garantito se tu non avessi caricato la tessera.
Cioè, in sintesi, è più importante lo scontrino della tessera. Teoricamente basterebbe mostrare il foglietto di carta per passare. La tessera uno potrebbe tranquillamente lasciarla a casa, dopo averla caricata.
A parte questo, mi dirigo verso uno dei centri che si occupa della duplicazione delle tessere, dato che altrimenti mi tocca andare avanti a biglietti, ad 1 euro a botta, il che è abbastanza seccante, di per sè.
Sotto la fermata vedo una signora spargere una specie di polvere, dalla banchina, sulle rotaie. Penso ad una specie di rito propiziatorio, dato che non si vede un convoglio da una decina di minuti. E mi ricordo della croce rovesciata verde, fatta con del nastro adesivo, che nei giorni scorsi ho potuto osservare su un muro della fermata Subaugusta. Purtroppo quando la trovavo non avevo con me la fotocamera, e viceversa, così ancora non sono riuscito a immortalare la testimonianza di una delle nuovissime sette ambientaliste pagane: gli Eco-Satanisti.
All’interno dell’edificio, che accosta colonne di altri secoli a sportelli degni di una burocrazia “civile”, con un effetto che mi farebbe dire “Blade Runner”, se solo ci fosse meno luce, mi aggiro tra una folla di persone over-50, che agitano moduli e chiedono informazioni, un caos primordiale dal quale inizialmente è difficile estraniarsi.
Lo sportello 4 è dedicato alla richiesta delle tessere, ed assediato da un’orda di pensionati.
Lo sportello 6 ha di fronte a sè pochissima gente, e nessuna indicazione tranne un minuscolo insignificante cartello che non riesco a leggere dal punto in cui mi trovo.
Gli sportelli 7 e 8 sono per la richiesta e la duplicazione di tessere.
Lo sportello 7 e chiuso. All’8 c’è una fila di una decina di persone, e la macchinetta che rilascia i numeri di coda è rotta.
Un uomo passa accanto a noi (”noi” della coda allo sportello 8) dicendo: “Non c’è uno sportello informazioni! Non c’è uno sportello informazioni!”. Vedo persone fare avanti e indietro, come se si aggirassero nel Limbo.
Un foglio di carta attaccato con lo scotch di fianco allo sportello recita: “Per la duplicazione della tessera occorre consegnare la denunzia di smarrimento, se non si desidera consegnare la tessera vecchia.”
No, un attimo, evidentemente ricordo male, qui c’è qualcosa che non va. Sicuramente ricordo male. Intanto sono già impegnato a pensare che non ho smarrito la mia tessera, si è smagnetizzata. E pur non avendo problemi a lasciarla agli impiegati, in caso contrario cosa dovrei fare, portare una “denunzia di smagnetizzazione”? E chi me la rilascia una roba del genere?
Ma la mia attenzione viene calamitata dal misterioso sportello 6, relativamente sgombro. Perchè? Aguzzando la vista scopro che l’insignificante cartello dice: “Solo Tessere Elettroniche MeTreBus”, per cui mi precipito al volo dall’8 al 6.
La ragazza è gentile, le spiego il problema, e lei dice “Smagnetizzata”, con in viso un’espressione tipo è-un-problema-terribile-qua-non-se-ne-esce-vivi. Poi mi prende la tessera e mi dice che tra una settimana posso tornare a riprenderla.
Una settimana? E per fortuna che sul sito ATAC l’operazione è definita “in tempo reale”…

06 feb 2004

Vecchia ma Attinente

K1LL5W1TCH | Spazio

“Tienilo ancora su, Larry. Sta scattando un’altra foto.”
Riguardava il Pathfinder, ma direi che non sfigura se andiamo a pensare ai suoi cugini a spasso sulla superficie marziana…

Accipicchia!

Internet

Accipicchia.it
Non capita spesso di vederne uno.

04 feb 2004

Sfacciato Voltafaccia

Comunicazioni di Servizio

Un paio di piccoli aggiornamenti per quanto riguarda il mio lato-blogger.

KILL YOUR IDOLS – da quasi due settimane è cominciato il periodo di pausa & riflessione per Kill Your Idols, e per come stanno le cose questo periodo non finirà prima della fine di febbraio. Ho avuto modo di portare avanti alcune riflessioni, e sto pensando ad alcuni accorgimenti da apportare a questo sconveniente blog. Voglio rendere leggermente più differente la versione 2.0, e spero di riuscirci. Non è un compito facile, dato che il meccanismo di base fa leva su un istinto tanto atavico da risultare resistente a qualsiasi sofisticazione.
Lo spazio precedentemente occupato da Kill Your Idols, che si trascinava appresso tutti i contenuti di …E Voi Sprofondate Con Me e quelli di Sospensione Cerebrale Digitalizzata, è stato denuclearizzato e riconvertito. Sta di fatto che tutti i post si erano infine fusi in un ammasso difficilmente classificabile, che è riuscito a confondere un pò tutti, anche i miei critici. Così, dopo una doverosa operazione di backup (dei post, per i commenti è stato impossibile purtroppo), ho disintegrato garvane.splinder.it per poi rigenerarlo ex-novo.

WORLD OF WEIRD – il nuovo blog su Splinder è per cui World of Weird, dove vado a riportare le notizie assurde, misteriose o semplicemente inusuali che pesco da varie fonti informative. Ci sarà una sorta di interrelazione parziale tra il blog e l’omonima board nella beetle Mansion, ovviamente, anche se la board godrà di una selezione del materiale che finirà sul blog.

E I NEUROGRILL? – per quanto riguarda questa 4.0, tutto a posto, si procede. Il contatore non c’è, ma dopotutto non è così importante. Invece, per quanto riguarda il 3.0, ebbene si, avevo detto che a fine gennaio lo frullavo via. E invece permane ancora lì. Mò vedo un pò che farci. Certo già due blog non sono pochi da mantenere, figuriamoci tre, figuriamoci quattro…
Si vedrà.

02 feb 2004

Vendetta, Grassa Vendetta!

Internet

Sul sito di FatLaneOnline si divertono a prendere le foto dei divi e ad “ingrassarle” tramite opera di fotoritocco più o meno elaborata. E’ possibile ammirare alcuni risultati, come questo qui presentato. Peccato solo che per poter avere accesso alla Gallery sia necessario registrarsi come membro. Ahi ahi. Peccato.

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