Archivio: Cinema


26 nov 2009

Sulla Luna

Cinema | Recensioni
moon

Moon (2009 – 97′ – UK)
Regia: Duncan Jones
Sceneggiatura: Nathan Parker
Con Sam Rockwell, Kevin Spacey, Dominique McElligott

In un prossimo futuro, le incombenze energetiche della Terra vengono risolte raccogliendo Elio-3 sul lato oscuro della Luna. Sam Bell si occupa del monitoraggio delle apparecchiature, ed il suo contratto sta per scadere. Ma tre anni di solitudine, con la sola eccezione dell’intelligenza artificiale GERTY, possono giocare strani scherzi…

La storia di Sam Bell è destinata a fornire qualche sorpresa agli spettatori, che sembrano aver notevolmente apprezzato questo film di hard sf (ovvero di quella fantascienza meno sfrenata ma più vicina ai nostri possibili futuri) in cui si mescolano un paio di temi che orbitano (proprio come il nostro satellite) intorno al concetto di identità e umanità. Quello dell’esordiente Duncan Jones (altrimenti conosciuto come Zowie Dowie – figlio del ben più noto David Bowie) è un film che prende a piene mani dalle atmosfere di lavori famosi come 2001 Odissea nello Spazio (del quale si ritrova una certa familiarità con le architetture ed il minimalismo della base in cui vive e lavora Sam) o Solaris (per una certa pacatezza nel ritmo, che a tratti risulta piuttosto snervante).

E’ un film che più che all’azione risulta attento ai personaggi ed alle loro emozioni: Sam Rockwell, nei panni del protagonista, presenta diverse sfaccettature all’interno di una situazione che diviene sempre più assurda (anche se non del tutto imprevedibile per chi ha confidenza con il genere), ed è egregiamente accompagnato da un Kevin Spacey presente – solo nel doppiaggio – come GERTY, una AI che si dimostra differente da tutto ciò che si è visto finora, arrivando al punto di rubare la scena anche grazie ad una capacità di in-espressione che sembra amplificarne gli atteggiamenti al punto da rendere sufficiente allo scopo anche una semplice e statica emoticon.

Gli unici difetti che ho riscontrato sono forse una rigorosità non sempre mantenuta, ed un ritmo lento che di per sè non darebbe problemi, se un paio di volte non generasse dei veri e propri vuoti: forse la storia è stata diluita in maniera eccessiva. Lascio giudicare al proprio personale occhio critico quanto questi fattori pesino sull’esperienza cinematografica – dal canto mio, la fotografia, la spinta emotiva ed il sottofondo musicale, affidato alle note di un evocativo pianoforte in grado di sottolineare l’inevitabilità dell’anomalo destino dei personaggi, compensano benissimo eventuali lacune.

Inoltre, per certi versi, questo Moon mi ricorda Primer, e non tanto per il tocco fantascientifico, quanto per il tipo di narrazione utilizzato: mentre seguiamo la trama principale emergono, anche solo marginalmente, un certo numero di dettagli appena percepibili sulla scena: piccoli eventi che con il procedere del film acquistano un senso ed un’importanza sempre maggiore, contribuendo ad arricchire l’ambientazione e giustificare una seconda visione in cui integrare possibili interpretazioni su cosa è accaduto dietro le scene.

Il film è stato girato in 33 giorni, con un budget di 5 milioni di dollari: non si può propriamente parlare di low budget, anche se si discosta dai mega-blockbuster del momento come New Moon (50 milioni di dollari) o 2012 (250 milioni di dollari). Eppure Duncan Jones si è impegnato a tagliare le spese, ed infatti il cast è fortemente limitato, e gli effetti digitali sono stati minimizzati a favore di scene con modellini, per gli esterni, la cui lavorazione ha impiegato più di 8 giorni ed ha coinvolto un veterano come Bill Pearson, già supervisore in Alien. La base lunare è stata invece ricostruita interamente negli studios britannici, in uno spazio di circa 26×21 metri.

La storia accenna un finale che forse potrebbe non soddisfare tutti, ma niente paura: Jones pensa già al secondo capitolo, per il quale Rockwell ha già dato il suo benestare, che dovrebbe costituire l’epilogo vero e proprio. Anzi, a dire il vero, l’idea sarebbe di realizzare una vera e propria trilogia.

E speriamo sia un continuo crescendo, dato che Jones ha dimostrato, perlomeno, di avere lo spirito giusto per la hard sf, ed anche il giusto pizzico di umorismo. Basterà ricordare la proiezione del film richiesta al NASA Space Center da un insegnante che voleva integrare l’opera in una sua serie di lezioni, in cui si parla appunto dell’estrazione dell’Elio-3, un argomento di studio di grande attualità.
Dopo la visione viene organizzata una piccola conferenza, e viene chiesto al regista come mai la base abbia un aspetto così sgraziato, quasi come un bunker, un’immagine diversa dal tipo di progetti e di architetture che si pensa di trasportare sulla Luna.
La risposta di Jones è la seguente: “Beh, credo che in futuro non vorrete portarvi tutto con voi, vorrete usare le risorse della Luna per le costruzioni.”
Al che una donna tra il pubblico alza una mano e aggiunge: “Io sto lavorando proprio in questo periodo su un materiale che chiamiamo Mooncrete, un cemento ottenibile mescolando il regolith lunare (lo strato di roccia che copre quasi tutto il satellite, generato dal bombardamento di meteoriti e particelle solari, ndBB) con l’acqua ghiacciata delle calotte polari.”

Come dicevo prima, lo spirito di Jones mi sembra quello giusto, soprattutto non privo di un certo buonsenso.

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Notti da Brivido

Cinema | Recensioni
paranactiv

Paranormal Activity (2007 – 86′ – USA)
Regia di Oren Peli
Con Katie Featherston, Micah Sloat

Micah e Katie si sono appena trasferiti nella loro nuova casa, e decidono di installare una telecamera per scoprire la causa dei tanti piccoli rumori che avvertono durante la notte.

Ho già avuto modo di raccontare la creazione dell’opera di Oren Peli, che ha scatenato reazioni tanto forti quanto opposte nel pubblico, da chi lo definisce un capolavoro a chi lo ha trovato completamente noioso e privo di qualsiasi coinvolgimento – l’ennesimo figlio senz’anima del marketing.
Da parte mia ho sempre rifiutato posizioni talmente radicali, ma capisco che il film probabilmente non piacerà a chi è abituato e cerca un tipo di horror molto più fracassone e denso di spaventi, che sappia bombardarlo di momenti boo! caratterizzati da musica ad alto volume e flash improvvisi. Perchè Paranormal Activity si trova all’estremità opposta di questo spettro, e sostituisce lo spavento con un tipo di ansia a doppia azione ed effetto ritardato.
Lo so, sembra lo slogan di un dentifricio.

Nel film non c’è gore, niente sangue, nessuna colonna sonora, il film è stato realizzato con un budget molto basso (15 mila dollari), e gli effetti speciali sono praticamente inesistenti. Cosa resta? Un’ambientazione realistica (la casa di Peli) e un meccanismo che lavora sullo spettatore senza essere mai troppo esplicito: da una parte cerca di accantonare la sua (fastidiosa e talvolta inopportuna) sete insaziabili di informazioni, e dall’altra gli propone una normalità talmente comune e banale da poter essere facilmente confrontata con la propria.
Ed è in questo territorio, tra l’occhio della telecamera e quello del pubblico, che si gioca il centro focale del film.

Il sonno è uno dei grandi misteri dell’uomo, la sua utilità effettiva è ancora al centro di un dibattito (l’unica parte veramente salutare è quella relativa alla fase REM, mentre il resto è – in un certo senso – uno “spreco”), ma aldifuori delle discussioni accademiche quello che sappiamo tutti da sempre è che mentre dormiamo il mondo va avanti, e nel sonno siamo tremendamente vulnerabili. E chi non si è mai interrogato su scricchiolìi, rintocchi o colpetti di provenienza ignota e che, nonostate a mente fredda siano perfettamente spiegabili, acquistano un’ambiguità tale da colpirci nell’intimo della nostra sepolta (ma neanche tanto) irrazionalità?

Paranormal Activity è lineare e altalenante – per intenzione – tra la tranquillità del giorno ed il riflesso pavloviano indotto dall’arrivo dell’oscurità e dall’anticipazione di qualcosa che tutto è meno che gradevole. Sempre meno gradevole.

La recitazione non è male, anche se il protagonista maschile forse esalta un pò troppo una certa arroganza che con il procedere del film risulta sempre più fuori posto. E non solo: certe situazioni sembrano abbozzate, si impongono all’attenzione per poi sfiorire velocemente. E forse le circostanze che tengono la coppia ancorata alla loro abitazione non sono poi così stringenti, almeno quando la situazione si fa più tesa. Facendo leva sulle ansie profonde dello spettatore, il film si affida più del necessario alla sua ricettività, per cui il risultato, a livello qualitativo, credo sia difficile da giudicare, considerato inoltre che l’impatto principale avviene aldifuori della sala: il vero mezzo di trasmissione è l’opera cinematografica o il pubblico?

Solo una cosa trovo veramente deprimente: che la Paramount stia già pensando ad un sequel: un fallimento annunciato (magari non fosse così, ma ci sono fin troppi precedenti).

Concludo su una nota puramente informativa: del film esistono tre diversi finali: io ho potuto vedere il finale originale, perfettamente in linea con il resto della storia e piuttosto subdolo, e quello che l’ha poi sostituito, versione consigliata addirittura da Steven Spielberg, che però, a mio parere, è di un’inferiorità agghiacciante e si prostituisce al genere di horror fracassone a cui accennavo all’inizio. Esiste inoltre anche un terzo finale, mostrato in una sola proiezione pubblica, alquanto “povero”, che non sembra tenere il passo con quello originale (sarà per questo che ha goduto di un singolo momento di gloria).

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14 ott 2009

In Un Minuto

Cinema | Internet

Mi affascina constatare come sia possibile ridurre un film ai suoi componenti minimi ed essenziali, mettendo da parte tutto ciò che viene costruito sulle situazioni centrali che linearmente (quando possibile) forniscono corpo alla trama. Qui c’è solo lo scheletro – secondo la visione dell’autore della riduzione, che in genere viene universalmente accettata, tanto basici sono i suoi elementi – e di circa due ore di spettacolo ne rimangono un paio di minuti o anche meno.
E’ ovvio che una riduzione del genere non è poi così rappresentativa, ma presumo che andando a toccare in sequenza le note che si sono impresse nella nostra memoria, risuonano nella nostra testa di un senso di familiarità che richiama a sè l’eco di tutta l’esperienza che ci ha visto spettatori.

La palma, in questo senso, va sicuramente alla Angry Alien Productions, che da più di cinque anni sforna riduzioni di film a 30 secondi – e tutte interpretate da conigli, cosa che ingenera una certa ilarità. Il loro catalogo di corti (anzi, cortissimi) è arrivato alla sessantina di produzioni, tanto che per la fine di questo mese è prevista l’uscita di un DVD. A colpi di mezzo minuto è facile lasciarsi catturare da “ancora un altro e poi basta”.

Ma mi risulta simpatico anche il lavoro della Felt Tip Films, che ha realizzato un paio di riduzioni ad un minuto con un pugno di amici, del materiale pescato qua e là se non autoprodotto ed un campo di calcio che fa da set (praticamente bidimensionale).

Questo, ad esempio, è 28 Days Later:

Meritano anche Kill Bill (entrambi i volumi in una botta sola), e Forrest Gump.

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11 ott 2009

Bastardi DOC

Cinema | Recensioni
hansalda

Inglorious Basterds (2009 – 153′ – USA/DEU)
Regia: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Con Brad Pitt, Melanie Laurent, Christoph Waltz, Eli Roth

La missione di un gruppo di spietati soldati ebrei-americani si incrocia con il piano di vendetta di una ragazza francese. Il loro è un nemico comune, e presto avranno l’occasione di mettere a punto un piano che andrà oltre le loro più sfrenate speranze.

Se ho fatto bene i miei calcoli, l’idea per un film ambientato durante la II Guerra Mondiale nasce, nella mente di Tarantino, dopo aver girato Pulp Fiction (1994), e rimane in gestazione per circa dieci anni, riemergendo poco prima della produzione di Kill Bill Vol. 1 (2005), per poi tornare nelle profondità per qualche altro anno. Tutto si può dire di questo regista, tanto amato e tanto odiato, meno che non sia perseverante. L’ispirazione di base proviene da un film italiano, Quel Maledetto Treno Blindato (1978), di Enzo G. Castellari, il cui titolo viene adattato, negli USA, proprio con quello che verrà ri-utilizzato, sebbene con una leggera storpiatura grammaticale sulla cui origine si sono tratte tante ipotesi (ma probabilmente è un semplice errore).
Ed è un film con un cast di tutto rispetto, da Brad Pitt a Eli Roth (ormai grande amicone, tanto che ha girato lui stesso il film dentro il film – con un cameo di Tarantino!), da un quasi irriconoscibile Mike Myers ad un ipnotico Christoph Waltz. E dire che nelle intenzioni originarie sarebbero dovuti entrare in ballo Simon Pegg, Nastassja Kinski, Adam Sandler, Isabelle Huppert, Michael Madsen, Tim Roth e Leonardo di Caprio. Per un motivo o per un altro, però, le proposte sono sfumate.

Poco male, perchè il film, di per sè, è un bel film. Paradossalmente, però, come film di Quentin Tarantino, non rispetta le aspettative. Presenta tutti gli stilemi più apprezzabili, dai dialoghi ben strutturati, alle citazioni (specie verso il cinema italiano) e auto-citazioni, ai riferimenti del periodo (sebbene il film non sia storicamente fedele), alle sparatorie ed agli stalli a cui siamo abituati fin dai tempi di Reservoir Dogs. Però nelle due ore e mezza di film non si registra una sufficiente coerenza, e se da una parte le scene d’azione sono compatte e iper-intense – sebbene abbiano un tempo su schermo estremamente limitato – dall’altro la creatività e la varietà delle scene risultano frammentarie: come l’iniziale tema western che viene sottolineato musicalmente, e che viene abbandonato al termine del primo dei capitoli di cui è composta la storia. Forse l’intenzione era proprio quella di dare ad ogni capitolo un tono diverso, ma l’impressione è piuttosto quella di trovarsi sballottati tra continui alti e bassi.
Per dirne una, ho trovato la scena nella taverna eccezionale: la costruzione ed il crescendo a cui si assiste dall’entrata all’epilogo non danno un attimo di tregua. Ma se non è un caso isolato, ci manca poco: alcune sequenze restano nella memoria (come la visita iniziale delle SS al casale francese, o la preparazione della Laurent alla premiere di Orgoglio di una Nazione), ma molte altre si fondono in un brodo omogeneo che scivola in secondo piano.

ingloriousbasterds_posterSul lato tematico, Tarantino offre una doppia visuale sulla violenza e la crudeltà di guerra – da entrambi i lati della barricata, che dà spunto a riflessioni piuttosto ironiche (è curioso notare, ad esempio, come in America le gesta dei Basterds siano state accolte con applausi, parallelamente all’esaltazione del pubblico nazista, nel film, nei confronti delle gesta di un eroe di guerra tedesco).

Un altro appunto: non tutti i personaggi vengono portati avanti nel pieno delle loro potenzialità. Eli Roth viene presentato in pompa magna, ma il suo momento iniziale di gloria viene oscurato in fretta dalla normalità. La caratterizzazione degli altri Basterds è poco accentuata, a parte Hugo Stiglitz (che si merita il micro-documentario), che nonostante non abbia poi molto tempo su schermo, lascia un’impronta indelebile sul film. I restanti soldati americani sono praticamente intercambiabili.
Dal lato nazista la parte del leone la fa sicuramente Christoph Waltz, che fornisce una personalità di estremo spicco all’ufficiale delle SS Hans Alda: la sua interpretazione e la sua espressività riescono ad imporlo come il vero protagonista e fil rouge di tutto il film. Waltz, che è riuscito a vincere il mio entusiasmo, ha recitato finora solo in produzioni tedesche, perlopiù televisive, ma spero di vederlo presto all’opera (in effetti è nel cast di The Green Hornet di Michel Gondry). Al suo confronto la presenza di figure note del Reich (tra cui Goebbels e lo stesso Hitler) riempie l’ambientazione, ma sembra fungere più che altro da tappezzeria.

Ribadisco quanto detto all’inizio: Inglorious Basterds è un buon film, ma sicuramente non è tra i più riusciti di Tarantino. Fortunatamente pur avendo un ritmo non sostenuto, riesce ad essere fluente, grazie anche a delle gag umoristiche, come la pipa di Alda o la parlata siciliana di Brad Pitt, che avrei voluto proprio sentire in originale, e che aggiungono un tocco in più di sapore.

Quello che invece non mi spiego è perchè l’alias fornito da Pitt nella scena “siciliana”, Enzo Gorloni (o Gorlani?), non corrisponde a quello che nell’originale è proprio Enzo Girolami, omaggio al regista che ha ispirato questo film. O qual’è il significato profondo (se c’è) nella scena dello strudel con la panna.
Alcuni misteri sono destinati a restare tali.

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04 ott 2009

Parola di PKD

Cinema | Libri

Chiunque si affacci sul mondo letterario espresso dall’articolata mente di Philip K. Dick giunge prima o poi a Do Androids Dream of Electric Sheep, cosa che in genere chiude un interruttore che porta direttamente a Blade Runner, il film che nasce come un adattamento più o meno fedele, che non manca nel portare tra le braccia dello spettatore un mondo che è diventato il simbolo del Futuro Immaginato, anche grazie al suo svolgersi in una dimensione percettiva, quella cinematografica, capace di rendere remote e altrettanto minuscole (ma non meno dignitose) le fantasie derivate dalle opere stampate della fantascienza. Il che forse può avere anche degli effetti collaterali non del tutto positivi se chi lo guarda non ha un minimo background di SF – specie se il passo successivo è costituito da Matrix.

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A parte questo, non si può negare che Ridley Scott abbia realizzato un’opera destinata ad imprimersi con forza nella noosfera (tant’è che ha dato il principale contributo alla nascita di un nuovo genere letterario, il cyberpunk, che a sua volta ha generato una propria sottocultura). E sebbene sia possibile ammirare in fotografia la vicinanza dei due responsabili creativi di questo evento, viene da pensare cosa ne avrebbe pensato Dick del film, se la morte non lo avesse strappato via al mondo prima della sua uscita nelle sale.

pkd_bladerunnerBeh almeno così ricordavo io: salta fuori invece che Dick ha avuto la possibilità di assistere a qualche scena del film mentre veniva trasmessa in un programma televisivo. Quel piccolo scorcio scatena un certo entusiasmo che spinge lo scrittore a inviare una lettera alla compagnia di produzione di Blade Runner – ed il solo leggerla fa quasi venire i brividi.

Segue la traduzione.

11 ottobre 1981

A Mr. Jeff Walker,
The Ladd Company,
4000 Warner Boulevard,
Burbank,
Calif. 91522.

Caro Jeff,

Mi è capitato di vedere il programma “Horray for Hollywood” su Channel 7 stasera, con la rubrica su BLADE RUNNER. (Beh, ad essere onesti, non mi è capitato di vederlo; qualcuno mi ha suggerito che BLADE RUNNER avrebbe riempito una parte del programma, e che avrei dovuto guardarlo.) Jeff, dopo aver guardato – e soprattutto dopo aver ascoltato Harrison Ford discutere del film – sono giunto alla conclusione che questa non è più fantascienza; non è fantasy; è esattamente ciò che ha detto Harrison: futurismo. L’impatto di BLADE RUNNER sarà semplicemente travolgente, sia sul pubblico che sulle persone creative – e, credo, sulla fantascienza come genere. Dato che ho scritto e venduto opere di fantascienza negli ultimi trent’anni, questo ha una certa importanza per me. In tutta innocenza devo dire che il nostro campo è stato soggetto ad un deciso e graduale deterioramento negli ultimi anni. Niente di ciò che abbiamo fatto, individualmente o collettivamente, può venire paragonato a BLADE RUNNER. Questo non è escapismo; è super realismo, così crudo e dettagliato ed autentico e dannatamente convincente che, beh, dopo la rubrica ho scoperto che la mia normale “realtà” quotidiana era pallida al confronto. Quello che sto dicendo è che tutti voi collettivamente avete creato una nuova e unica forma di espressione grafica e artistica, che non è mai stata vista prima. E, credo, BLADE RUNNER rivoluzionerà i nostri concetti di cosa la fantascienza è, e di cosa può essere.

Lasciami riassumere tutto in questo modo. La fantascienza si è lentamente e inevitabilmente adagiata in una morte monotona: è diventata congenita, derivativa, stantia. Improvviamente siete arrivati voi, alcuni dei più grandi talenti attualmente esistenti, ed ora abbiamo una nuova vita, un nuovo inizio. Per quanto riguarda il mio ruolo nel progetto BLADE RUNNER, posso solo dire che non avrei mai immaginato che un’opera o un insieme di idee delle mie sarebbero state elevate a tali sensazionali dimensioni. La mia vita ed il mio lavoro creativo sono giustificate e completate da BLADE RUNNER. Grazie… e questo sarà un successo commerciale mai visto. Sarà invincibile.

Cordialmente,

Philip K. Dick

E non è tanto la previsione del successo che mi dà i brividi, quanto il pensiero che Dick possa aver percepito la realizzazione del film come il completamento della sua carriera di scrittore. Come se la sua missione fosse ormai giunta al termine, consegnando ad una realtà ben più concreta le sue personali riflessioni filosofiche, le sue idiosincrasie. Come se Blade Runner costituisse la finalità ultima della sua esistenza.

Fonte

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27 set 2009

Mentre Dormiamo si Avvicina

Cinema
paranormalactivity

Oren Peli nasce in Israele, ed a sedici anni lascia la scuola per mettere su una software house e vendere un programma di disegno. Tre anni dopo emigra negli Stati Uniti con la sua fidanzata del tempo, dove studia animazione e programmazione di videogiochi. Dopo una lunga ricerca trovano una casa, e per Peli è un’esperienza nuova: abituato a vivere in piccoli appartamenti, scopre che il silenzio della zona amplifica l’effetto di ogni piccolo rumore notturno. Secondo quanto riferisce egli stesso, scoprì successivamente che leggere scosse di assestamento del terreno erano state la causa di numerosi inspiegabili incidenti, come per esempio dei libri che cadevano spontaneamente dagli scaffali. I fenomeni si presentarono per un paio d’anni, periodo durante il quale l’animo geek di Peli cominciò a rimuginare su possibili fantasmi, e su una rete di telecamere da installare per la casa per scoprire che cosa stava succedendo.

“Se riprendo qualcosa di interessante”, pensò, “potrei trasformarlo in un film”.

Nasce così la sceneggiatura di Paranormal Activity, in cui seguiamo le vicende parallele di una giovane coppia che si trasferisce in una nuova casa, nella quale una serie di misteriosi rumori notturni li spinge ad utilizzare una telecamera per riprendere ciò che avviene mentre dormono.
E stavolta non ci sono scosse di assestamento.

Il film è stato girato in soli sette giorni, nel 2006, proprio nell’abitazione di Peli, con l’aiuto di tre persone, il co-produttore Toni Taylor, la fidanzata Amir Zbeda, ed un suo caro amico. Nella storia è presente una certa dicotomia tra il giorno, in cui le riprese sono libere e dinamiche, e la notte, quando il punto di vista dello spettatore viene fissato all’obiettivo sistemato dalla coppia nella loro camera da letto.
Dato che parliamo di un horror (ma forse film di paura sarebbe più appropriato) guidato da una visione real-cam, è impossibile non accostarlo istintivamente a The Blair Witch Project: ma, come noterà il produttore Steven Schneider, è proprio la telecamera fissa che fa la differenza: “Abbiamo visto così tanti film horror con riprese mobili effettuate con videocamere portatili che un’inquadratura statica sembra quasi un atto sovversivo”.

La parola d’ordine del regista è naturalezza: lascia agli attori un certo grado di improvvisazione, ma raccomanda loro di evitare esposizioni forzate. Rende minima la presenza di sangue, e dirige il comparto sonoro in modo che la sua presenza non sia troppo intrusiva, lavorando sulle frequenze più basse. Non c’è colonna sonora: in molte scene regna il silenzio assoluto.

Paranormal Activity viene presentato all’edizione 2007 dello Screamfest Film Festival, che viene tenuto ogni anno al Chinese Theatre sulla Hollywood Boulevard: il fondatore del festival, Rachel Belofski, lo spinge a inviare una copia al sito Dread Central, il quale apprezza il film e dà il suo pieno supporto. Successivamente un produttore esecutivo della Dreamworks porta la pellicola all’attenzione della Paramount, dove lavorano Steven Schneider e Jason Blum, che aiuteranno Peli a raggiungere le cinematografiche.

Inizialmente il contratto prevedeva che il film venisse girato da capo con un budget più alto: il remake – diretto sempre da Peli – sarebbe stato poi commercializzato, mentre l’originale sarebbe stato incluso sul DVD. Ma i test screening lanciati nella primavera del 2008 ottengono un risultato piuttosto inusuale: molti degli spettatori escono dalla sala prima della fine del film. E non perchè siano annoiati: sono spaventati. Gli esecutivi della Dreamworks decidono quindi che vale la pena far uscire direttamente l’originale, ma impongono un nuovo finale (potenzialmente l’unico punto debole del film).
Purtroppo gli screzi tra la Dreamworks e la Paramount congelano il progetto, e non se ne sente più parlare fino all’estate del 2009, quando viene fissata l’uscita per l’autunno successivo.

E ci siamo arrivati.

pa_posterIl film verrà lanciato in tredici diverse città: dopo questa iniziale proiezione, la distribuzione verrà affidata agli stessi spettatori. In una mossa che ricorda l’epoca d’oro dei film horror, quando venivano intraprese delle iniziative quasi da circo per attirare l’attenzione (oltre a pubblicizzare un terrore talmente estremo da provocare malori e svenimenti), sarà necessario richiedere il film nelle sale della propria città, a dimostrare il proprio giudizio o un’aspettativa positiva. Sul sito ufficiale è presente un pulsante atto a questo scopo: Demand It!

Finora le reazioni sembrano essere generalmente positive. C’è qualche dubbio – relativo più che altro alla reiterazione del genere “con videocamera”, ma le opinioni non mancano di esprimere un certo entusiasmo, o perlomeno una buona impressione.

Il cast comprende i debuttanti Katie Featherston e Micah Sloat, nonchè Mark Fredrichs, Amber Armstrong e Ashley Palmer, che si dividono tra la televisione ed il teatro (nel caso della Palmer).

Peli intanto sta per cominciare a lavorare sul suo nuovo progetto: un thriller intitolato Area 51, costituito da spezzoni video montati a ricostruire una vicenda già accaduta.

E per concludere ecco di seguito il trailer del film, che, analogamente al collega spagnolo [REC], mostra le reazioni del pubblico in sala durante una proiezione. Personalmente questo non mi impressiona più di tanto, proprio perchè le reazioni sono strettamente personali ed esistono svariati gradi di impressionabilità che vanno a toccare una certa intima esperienza difficilmente condivisibile. Però in questo caso le basi mi sembrano solidi: la notte come una dimensione sconosciuta e quasi ostile, la vulnerabilità del sonno, la sensazione di isolamento dovuta al buio ed al silenzio, la paura dell’estraneo, di una minaccia invisibile che percepiamo più con la mente che con i nostri sensi, e che proprio per questo fa leva su un’ambiguità che mette facilmente radici nelle nostre profondità. Per chi se lo ricorda, si può anche andare a recuperare il vecchio The Entity, che presentava anche lui scene piuttosto inquietanti.

Fonte

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La Fenicella (27/09/2009)

Cinema | Fenicelle

surrogatesSURROGATES – Dopo quasi 10 anni (Il Quinto Elemento è del 1997), Bruce Willis torna alla fantascienza. Si affida alle mani di Jonathan Mostow (Terminator 3: Rise of the Machines), che porta sullo schermo l’omonima serie a fumetti di Robert Venditti, alla quale si è aggiunto proprio quest’anno un prequel. Nel film il mondo è popolato da androidi che permettono alle persone di condurre la propria vita “da remoto”, nella sicurezza della propria casa, con in più la possibilità di usufruire della superiorità fisica dei simulacri a loro associati. Quella che sembra un’utopia viene però disturbata da un omicidio che permette ad un agente dell’FBI di scoprire l’esistenza di una cospirazione segreta. L’agente (che è interpretato da Willis, naturalmente) si troverà alle prese con un bel rompicapo: se lui è costretto a scendere in campo di persona, lo stesso non si può dire del resto della popolazione, e questo lo dovrebbe porre in una situazione di netto svantaggio. Nel film partecipano anche Radha Mitchell (Silent Hill), Rosamund Pike (Doom) e l’inossidabile Ving Rhames.

Dovrebbe esserne venuto fuori un buon thriller, che grazie alla presenza dei suddetti androidi permette l’introduzione di scene d’azione culminanti nel danneggiamento o nella distruzione del surrogato, senza potenziali scrupoli. Inoltre la contrapposizione del personaggio umano contro i surrogati chiama in causa le loro capacità di corsa e salto, con tocchi wuxia che è possibile notare nel trailer. E’ vero che ad una prima occhiata la trama mi sembra alquanto prevedibile (in fondo questi robot non sono che sofisticati elettrodomestici comandabili a distanza, e questo mi fa già supporre sulla natura della cospirazione), ma questo non vuol dire che possa essere godibile. Un pò come la peculiare capigliatura bionda del surrogato di Bruce Willis.
Uscita: (già uscito negli USA lo scorso 25 settembre)(5 Gennaio 2010 – ITA)

zombielandZOMBIELAND – Il debutto cinematografico di Ruben Fleischer (dopo un cortometraggio, un documentario rallystico e un pò di televisione) vuole essere, senza pretese, una zombie comedy sullo stile di Shaun of the Dead. La storia sembra essere piuttosto minimalista: Jesse Eisenberg (The Village) e Woody Harrelson formano la coppia di protagonisti, il primo fifone, il secondo un vero e proprio zombi-killer. Insieme a due ragazze (Emma Stone e Abigail Breslin) formano il tipico gruppo di survivalisti alle prese con un’epidemia globale di morti viventi. Ovviamente non ci si può aspettare lo stesso stile umoristico del film di Edgar Wright, ma dal trailer è possibile notare perlomeno che Harrelson è pienamente calato nel ruolo – altri non è che una certa variante del classico cowboy badass, e si adatta alla perfezione – e che non mancano delle gag legate ai personaggi, soprattutto per quanto riguarda il giovane Eisenberg quando cerca di darsi un tono. Probabilmente la mia impressione è che non sembra del tutto “adolescenziale”, cosa che ormai è un pò divenuta un pregio. Per il resto ci sono moltitudini di zombi, stratagemmi inusuali, sportellate in faccia ed un luna park: direi che è abbastanza.
Uscita: (2 Ottobre 2009 – USA)

theroadTHE ROAD – John Hillcoat è il regista dell’adattamento dell’ultimo libro di Cormac McCarthy (No Country for Old Men), la storia di un padre ed un figlio costretti a sopravvivere alla meno peggio nello scenario apocalittico in cui si si sono trasformati gli USA. Una migrazione disperata verso il caldo sud, in fuga da un cielo sempre cupo, dal freddo e da una malsana neve grigiastra, attraverso i mille pericoli di una terra in cui regna incontrastata la barbarie dei criminali e delle bande cannibali. Viggo Mortensen, che interpreta il padre, porta con sè una pistola ed un vecchio carrello da supermercato in cui viene raccolto il cibo recuperato in giro. Un viaggio alla fine della civiltà, come recita il trailer, dove non è più possibile trovare soluzioni di compromesso. Il film dovrebbe mantenere la crudezza del libro (che spero di poter leggere presto – non appena lo trovo), e negli ambienti mi viene quasi spontaneo associarlo a Fallout 3, fatte le dovute distinzioni. Nel cast, oltre a Mortensen, ci sono Charlize Theron, Guy Pearce e Robert Duvall.
Uscita: (25 Novembre 2009 – USA)

Per vedere il trailer è necessario recarsi su YouTube, a questo indirizzo.

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26 set 2009

Giù all’Inferno

Cinema | Recensioni
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DRAG ME TO HELL (2009 – 99′ – USA)
Regia: Sam Raimi
Sceneggiatura: Sam Raimi, Ivan Raimi
Con Alison Lohman, Justin Long

Christine Brown lavora in banca ed aspira a diventare vicedirettore. Quando una vecchia zingara la prega di concederle una proroga per il pagamento del mutuo, Christine glielo nega, e per vendicarsi la vecchia le lancia contro una maledizione. Da quel momento qualcosa entrerà nella sua vita, intenzionato a portarla in un posto da dove non c’è ritorno.

Del vecchio Raimi-regista, che i cultori adorano grazie alla trilogia di Evil Dead (conclusasi nel 1992 con il sublime Army of Darkness), si sono perse le tracce da tempo, molto prima dell’apertura della parentesi Spiderman. Eppure non bisogna mai disperare: ecco arrivare sugli schermi cinematografici un horror le cui origini si perdono proprio in quel lontano passato, quando Bruce Campbell ancora imbracciava una motosega.

La sceneggiatura di Drag Me To Hell, ad opera dei due fratelli Raimi, Sam e Ivan, viene scritta infatti subito dopo l’uscita de L’Armata delle Tenebre, ma rimane chiusa nel cassetto per lasciare spazio ad altri progetti. E dentro di sè conserva quella particolare configurazione stilistica che lo rende nettamente diverso dalle ultime produzioni a cui possiamo assistere. E’ un film di una linearità sconcertante, che sembra quasi calibrato al millesimo di secondo. Struttura classica (tre atti – di mezz’ora ciascuno!), convenzioni rispettate (uno su tutti, il fucile di Cechov) e tutti gli elementi tipici di un horror: l’esperienza intimamente personale e incomunicabile all’esterno, ritualità esoteriche che mal si adattano all’uomo comune, e un demone che si metterà alle calcagna dello spettatore che dentro di sè spera in una risoluzione equilibrata, in una giustizia che dovrebbe riportare le cose al loro stato originale, anche grazie ad una protagonista che, messa di fronte al suo spirito di conservazione, non esita a sporcarsi le mani con gesti eticamente orripilanti, continuando tuttavia a scaricare la propria capacità decisionale sulle persone con cui si relaziona normalmente.
Il che succede abbastanza spesso anche nella realtà.

Credevo (non so perchè) che Drag Me To Hell potesse definirsi una commedia horror, dimenticando che per Raimi la definizione va capovolta: è un horror che ogni tanto spezza il ritmo con gag grottesche (se non buffe), che verranno apprezzate dagli appassionati. Forse il film rappresenta anche una lezione di memoria, a ricordare che la molle piattezza hollywoodiana dalla quale siamo circondati, pappette omogeneizzate che schiacciano i generi fino a renderli appetibili (leggi: vendibili) a qualunque tipo di pubblico, non rappresenta il vero cinema: e questo vale specialmente per un genere di nicchia (sepolcrale ovviamente) come questo.
Un film può essere disgustoso e disturbante, e non piacere a tutti.
In fondo è proprio questo il bello.

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