Archivio: Televisione


19 lug 2009

Convertito e Vincente!

Religione | Televisione

Forse qualcuno pensa che il mercato televisivo dei reality show sia già stato sfruttato a dovere. Ebbene, manco a dirlo, si sbaglia. Di carne da mettere al fuoco ce n’è ancora tanta, ed aspetta solo che una mente perversa che la getti sulla griglia. Anzi, in questo caso non si tratta neanche di carne, ma di anima.

Perchè i partecipanti di Penitents Compete, che dovrebbe andare in onda dal prossimo settembre sull’emittente turca Kanal T, un gruppo di dieci atei rigorosi e comprovati da un “provino religioso” condotto da un gruppo di teologi accreditati, dovranno affrontare quello che sembra l’incipit classico di una barzelletta: “ci sono un imam musulmano, un prete cristiano, un rabbino ed un monaco buddista…”

Il succo del programma risiede infatti nella sfida religiosa che vede gli esponenti delle dottrine fare opera di convincimento e conversione sugli atei – un gioco di equilibrismo sulla libertà di espressione e sulla moralità religiosa, dato che chi vince è proprio chi si lascia incantare: il felice novizio non si guadagna solo una nuova fede, ma anche un pellegrinaggio gratis sul luogo più sacro della dottrina scelta: la Mecca per i musulmani, Città del Vaticano per i cristiani, Gerusalemme per gli ebrei ed il Tibet per i buddisti.

Ma non tutti hanno reagito bene all’idea di Kanal T, come spiega Hamza Aktan, Capo della Commissione per gli Affari Religiosi: “Fare qualcosa del genere allo scopo di alzare l’audience è una mancanza di rispetto per tutte le religioni. La religione non dovrebbe essere il tema di una trasmissione d’intrattenimento.”

E sinceramente, neanche io posso dargli torto, soprattutto alla luce delle dichiarazioni a Reuters di Seyhan Soylu, capo esecutivo di Kanal T: “Stiamo dando il più grande premio al mondo, la fede in Dio. Non abbiamo una buona opinione degli atei. Dio è grande e non importa in che religione credi. L’importante è credere.”

Almeno 200 persone si sono già prenotate per i provini. I teologi avranno il loro bel daffare. Il prossimo mese dovrebbero venire selezionati i 10 concorrenti.

Fonte.

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01 lug 2009

Veramente Inspiegabile

Televisione | World of Weird

A dire la verità all’interno di Mistero, la trasmissione novella condotta da Enrico Ruggeri che ha debuttato questa sera su Italia 1, di misteri ce n’erano ben pochi.
Mi sono affacciato a questa nuova esperienza televisiva senza aspettative, ma ammetto che il tono utilizzato era molto lontano dalla divulgazione e molto prossimo al sensazionalismo. La mia curiosità era stimolata più che altro dalla trattazione della profezia Maya che vedrebbe grandi cambiamenti planetari in una data corrispondente al nostro 21 dicembre 2012, ed è stata messa a dura prova.

Il primo servizio, interno alla trasmissione, ha avuto come protagonista una donna, italiana e della quale purtroppo non ricordo il nome, che dichiara di essere stata rapita dagli alieni innumerevoli volte, nel corso di una quarantina d’anni, a partire da quando aveva quattro anni. Nel corso degli anni è stata inoltre inseminata 18 volte, e dopo pochi mesi di gravidanza le è stato tolto il feto. Un caso in particolare si discosta dagli altri e vede coinvolti non i Grigi (come negli altri casi) ma una razza aliena avversaria non molto esperta di gravidanze ibride. Il caso in questione termina con un aborto del feto “malforme”, di cui vengono mostrate immagini con un certo shock value, di qualcosa a metà tra un ominide ed una lucertola. Vengono mostrati strani segni impressi sulla pelle, radiografie di inserzioni inspiegabili, nonchè foto e filmati che difficilmente possono costituire una prova. Il resto è una sintesi del folklore ufologico delle abduction, niente di sbagliato ma neanche niente che salti all’attenzione. Poi ad un certo punto la donna dice che “ci rimane poco tempo, 2 anni”, e che “loro sono già qui, hanno molte basi sulla Terra, e se non sulla Terra sulla Luna, che è strapiena.” (dling dling, trilla il campanello nella mia testa).

Il secondo servizio è esterno, sull’Area 51. Del tutto dimenticabile, foto, cartine, curiosi che spiano strani oggetti volanti e luminescenti con visori ad infrarossi, l’alieno (finto) di Roswell, l’infame Hangar 18, un video molto poco convincente con un alieno in corso di sperimentazione, un’immagine sfocata di un MIG sovietico e due parole da Bob Lazar.

Il terzo servizio, sempre esterno, parla di vampiri, e con un complicato, contorto e vizioso viaggio avanti e indietro tra America ed Europa cerca di legare alla figura dei non-morti resi celebri da Stoker un morto di tubercolosi del XIX secolo in Connecticut. Cadaveri con la testa staccata (perchè erano vampiri), epidemie cessate quando sono state bruciati i cadaveri delle vittime (perchè erano vampiri), cadaveri troppo coloriti o con unghie che crescono dopo il decesso (perchè erano vampiri). Sacerdoti dagli occhi sbarrati che agitano crocifissi, e solo la Chiesa può qualcosa contro i vampiri (dling, trilla di nuovo il campanello). Ossari nei quali si ricorda che l’anima può andare in Paradiso, oppure all’Inferno (dling dling!). L’unica cosa che non si vede (e la più importante) è un bel paio di canini appuntiti. Solo una serie di accenni e indizi e teorie sparse ammucchiate a formare un’argomentazione la cui coerenza è del tutto ingannevole (e infatti viene affidata all’immaginazione dello spettatore).

Dai non-morti ai mummificati con il quarto servizio, interno, nelle Catacombe dei Cappuccini di Palermo, dove sono conservate le “mummie” imbalsamate grazie agli speciali composti del dottor Alfredo Salafia, all’inizio del 1900. Vari scheletri di frati. Particolare attenzione alla piccola Rosaria Lombardo, morta nel 1920, esemplare a quanto pare in condizioni ancora eccellenti.

Gran finale con il quinto servizio, esterno, sulla profezia Maya. Esitavo a definire il mio come tempo sprecato, ma questo è stato proprio il colpo di grazia. Cambiamenti a livello planetario, e di conseguenza morte e devastazione e catastrofi a livello planetario: terremoti, eruzioni vulcaniche, tempeste solari, tsunami, spostamento dell’asse terrestre ed asteroidi in caduta libera (alla faccia di Apophis!). Questo ameno mix di calamità viene interpretato da uno “scrittore-survivalista” (un personaggio che NON può NON dare fiducia…) come l’Apocalisse, gli Ultimi Giorni, IL GIORNO DEL GIUDIZIO (dling dling dling dling, trilla ancora il campanello).

La qualità dei servizi esterni non era granchè, infusi del tono sensazionalistico di cui dicevo all’inizio. Roba che al confronto Voyager sembra SuperQuark. In più la disseminazione di avvertimenti/minacce dal netto sapore millenaristico-pentecostale mi ha fatto riflettere su un sottotesto allarmistico tipicamente religioso (e cattolico), grazie anche all’assordante coro di campanellini trillanti che mi ha accompagnato durante la trasmissione. Ma soprattutto, l’aborto intergalattico era un pò troppo sopra le righe (specie la sua condanna – perchè in fondo anche gli ibridi alieni son figli di Dio).

Niente di nuovo sotto il Sole (anzi, sotto la Luna, data l’ora). E quando si parla di enigmi e misteri, o l’argomento viene trattato in maniera esauriente, oppure si presenta una novità o un aggiornamento che permette di rielaborare il tutto sotto un altro punto di vista. Nel caso di Mistero non ho visto nè l’uno, nè l’altro (a onor del vero non è che Voyager sia tanto più sofisticato…), per cui lo ritengo come perfettamente dimenticabile.

Termino con una nota prosaica, perchè l’unica vera questione irrisolta, per tutto il corso della serata, è stata di tutt’altro tenore: ma perchè Cesare Cremonini e la band di sfigati col furgoncino non fanno un frontale eliminandosi a vicenda, loro e le rispettive compagnie telefoniche?

UPDATE
Su YouTube è disponibile, in due parti, l’intervista alla donna rapita e inseminata dagli alieni. Riporto entrambi qui di seguito, insieme a qualche immagine estrapolata dai video: purtroppo la qualità è bassa, ma questo passa il convento.
Se siete particolarmente impressionabili, lasciate perdere.
A parte questo, a voi ogni possibile conclusione.

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19 apr 2009

Arte e Pubblicità

Internet | K1LL5W1TCH | Televisione

Mi è capitato oggi sott’occhio questo Inochi, quello che sembra il tipico spot nipponico assurdo e incomprensibile per noi occidentali. In questo caso il video riesce a risultare (non a me, ma a molti dei commentatori di YouTube a quanto pare – ed è tutto dire) anche leggermente disturbante, presumo a causa di tre caratteristiche: la prima è il protagonista omonimo, una sorta di caricatura deforme a metà tra un alieno, un robot e il Rubber Johnny di Chris Cunningham; la seconda è la carica sessuale-adolescenziale presentata (nel primo frammento); l’ultima è che lo spot non rende minimamente chiara la natura del prodotto in esame: è lo stesso Inochi? o un concetto più astratto? La mente del consumatore va in tilt.

La ragione è semplice: non stiamo guardando un vero spot, ma una delle produzioni di Takashi Murakami, artista giapponese famoso e desiderato in tutto il mondo, nonchè fondatore del movimento artistico Superflat, critica della cultura popolare del Giappone che fonde e appiattisce ad un unico livello ogni forma di arte grafica, nobile o meno, nonchè della sottocultura otaku, che trae forza da espressioni grafiche specifiche come i manga e gli anime (dai quali Murakami si ispira), del consumismo e del feticismo sessuale – come si può vedere, tutti tratti tipici riscontrabili nei media giapponesi.

Forse si può capire un pò meglio quello che è l’artista Murakami da questo passo citato da Wikipedia:

Come Andy Warhol, Takashi Murakami prende la cultura bassa (low culture) e la ri-confeziona, rivendendola al miglior offrente nel mercato dell’arte alta.
A differenza di Warhol, Murakami rende disponibile la sua low culture riconfezionata per tutti gli altri mercati, sottoforma di dipinti, sculture, video, t-shirt, portachiavi, tappetini per mouse, bambole di peluche, porta telefonini, borse Louis Vitton da 5000 dollari in edizione limitata.

inochi_fullGli spot di Inochi (che significa “vita”) non sono un’entità fine a sè stessa, in quanto fanno da accompagnamento alla scultura con lo stesso nome, che rappresenta proprio il protagonista, in modo da fornire sia un contrasto, sia una fusione tra il mondo artistico e quello commercial-popolare. Come a voler vendere un’opera d’arte per mezzo di una volgare pubblicità. E lo dice lo stesso Murakami con la seguente dichiarazione riguardo il Superflat:

Non lo vedo come un tenere il piede in due scarpe. Lo vedo come spostare il confine. Quello di cui ho parlato per anni è di come in Giappone quel confine sia meno netto. Sia a causa della cultura che della situazione economica del dopoguerra. Il popolo giapponese accetta che l’arte ed il commercio siano fusi insieme; e infatti sono sorpresi dalla gerarchia occidentale rigida e pretenziosa dell’arte alta. In Occidente è certamente pericoloso mescolare i due, perchè la gente lancerà ogni genere di pietra. Ma va bene – ho pronto il mio casco.

Per maggiori informazioni, è possibile visitare sia il sito dedicato all’artista, sia l’esibizione da lui tenuta nel 2001 al Museum of Contemporary Art di Los Angeles.

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12 mar 2009

La Storia di un Signore Gentile ed Educato

BeeTLe BeTHLeHeM | Libri | Televisione | World of Weird

La scorsa domenica splendeva il sole, una prima avvisaglia della primavera in avvicinamento (a scanso di imprevisti), ed ho avuto modo di scendere alla piazza del Comune, dove – mia madre mi aveva avvertito – era stato nuovamente allestito il mercatino mensile, in vista probabilmente delle belle giornate. E’ stata un’incursione breve e soddisfacente, che mi ha portato all’acquisto di ben tre libri a prezzi modici (totale: 7€). Parlo di Redenzione Immorale, di Philip K. Dick, di Le Nebbie del Tempo di Gordon R. Dickson, e di Il Romanzo della Parapsicologia, di Massimo Inardi.

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Mi soffermo su quest’ultimo (una sorta di riassunto storico che ho appena iniziato a leggere – dopo aver appena terminato per l’ennesima volta il Simmonsiano Hyperion), dato che proprio oggi ShadowKnight mi ha fatto notare che la firma sulla prima pagina è proprio quella di Inardi, datata 1974 (data di pubblicazione del volume). Per cui il libro è autografo, e questo ha scatenato in me una certa curiosità sull’autore, che credo possa inserirsi in quella sorta di underground esoterico tipicamente italiano, di tutto rispetto, che comprende personaggi come Gustavo Rol, ad esempio.

E dato che anch’io sono appassionato di esoterismo, parapsicologia e paranormale, specie quando riguarda questo Paese del Sole che non è sicuramente privo di ombre, angoli nascosti e bui anfratti, procedo e concludo con un’umile mini-biografia ricomposta tra Wikipedia e Il Corriere della Sera, in suo onore.

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15 feb 2009

Tutto Cambia

Televisione

Anche la sigla d’apertura dei Simpsons (epica caccia al divano a parte) – non completamente, ma in numerosi dettagli ed aggiornamenti che non possono che dare piacere.
E traparentesi sono passati DICIANNOVE ANNI.

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14 gen 2009

Prima della Dispersione Televisiva

Televisione

Vagando su YouTube ho finito per ritrovare un paio di antichi gioielli appartenenti al tempo che fu (stavolta solo 13 anni fa…), quando i Broncoviz (il creativissimo quartetto Crozza-Cesena-Dighero-Signoris) calpestavano unitamente il pavimento degli studi televisivi con risultati indimenticabili: questa volta parliamo della storica trasmissione Hollywood Party, e a testimonianza delle loro brillanti idee riporto alla luce un breve quanto esilarante (e originale) crossover…

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24 nov 2008

Un Paio di Zombi

MondoZombie | Televisione | Videogiochi

Ogni tanto spunta qualche piacevole novità sul fronte zombi: negli ultimi anni di pregevole c’è stato Shaun of the Dead, o lo Zombi Survival Guide di Max Brooks, oppure ancora [Rec], mentre lo stesso Romero ha partecipato in misura (qualitativamente direi) minore, con Land of the Dead e con Diary of the Dead (che mi riprometto di vedere anche se non se ne parla granchè bene).

Questa settimana le novità sono state due: una effettiva e l’altra scoperta con un mese di ritardo.
Andiamo per ordine.

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Qualche giorno fa è uscito Left 4 Dead, il cooperativistico zombie-FPS della Valve, che ha plasmato sul Source una nuova ambientazione ed uno spirito di gioco decisamente diverso dal solito, leggero ma anche più armonico nelle sue parti e nel voler essere più cinematografico.
Il cuore del gioco è lineare quanto il suo svolgimento: due settimane dopo la solita “infezione generale”, un gruppo di quattro sopravvisuti cerca scampo tra le orde di esseri infetti che popolano ogni centro abitato (e non). Ci troviamo un pò sui margini del canone zombie, dato che qui i mostri corrono e non necessitano di un colpo alla testa per esseri messi fuori gioco, secondo i principi che si adattano non tanto al remake di Dawn of the Dead quanto a 28 Giorni Dopo.

Ma il gioco è coinvolgente. Cazzarola se lo è. Il gameplay è ridotto all’osso: in ogni mappa (5 mappe per 4 campagne) non si deve far altro che procedere tra due safe house, dal punto A al punto B. I rifornimenti sono scarsi (tranne che nelle dette safe house), e l’opposizione numerosa e composta anche da elementi “speciali” che aggiungono altro pepe alla disperata fuga. I personaggi si lasciano andare a commenti gustosi, sui muri campeggiano iscrizioni alla Portal che rendono il mondo più vissuto, la musica si accompagna bene aggiungendo un saliscendi di cori femminili ectoplasmici all’avvicinarsi di uno dei particolari avversari. Il “Director”, una specie di AI che si preoccupa di calibrare l’arrivo dei nemici a seconda del ritmo dei giocatori, sembra fare il suo lavoro (anche se a mio parere non è che ci voglia molto eh, dato che in pratica alterna momenti di tranquillità ad altri in cui una folla di infetti si precipita sul gruppo), differenziando una partita dall’altra.
Left 4 Dead si lascia giocare, e non vedo l’ora di provarlo in cooperativo – l’esperienza che prevedo potrebbe eguagliare quella di Alien vs Predator in quanto a divertimento. Si potrà obiettare che c’è poca carne al fuoco: tre armi diverse (in due versioni diverse), interazione limitata con l’ambiente, spara & fuggi e niente più, ma è viscerale quanto basta e non ci sono distrazioni. Resto scettico più che altro vedendo il prezzo: 50€ sono veramente troppi, considerando che la maggior parte dei contenuti verrà sviluppato dalla community (qualcuno sta già realizzando il centro commerciale del Dawn of the Dead di Snyder, ad esempio, ed è in lavorazione Left 4 Winchester, basato proprio su Shaun of the Dead!).

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Ho invece scoperto ieri che verso la fine di ottobre il britannico Channel 4 ha trasmesso la miniserie Dead Set, realizzata da Charlie Brooker, che ha un concept decisamente interessante: qui i protagonisti sono i partecipanti del Big Brother inglese, che si trovano in mezzo all’infezione generale – e questa volta sono proprio zombi, e corrono forte – e paradossalmente nel luogo più sicuro che possano trovare, ovvero l’abitazione utilizzata nello spettacolo. Ovviamente le cose non possono andare per le lunghe, specie quando l’assistente alla produzione piomba dentro la casa, insanguinata e con un paio di forbici in mano, a turbare la routine del gruppo disfunzionale.
E’ una produzione a basso budget, che impiega un buon reparto di effetti speciali per il copioso gore a cui si assiste nelle 5 puntate (e parliamo di smembramenti alla Romero che in un momento, verso la fine, hanno un picco alla Brain Dead). Dead Set è gradevole, nel suo genere, soprattutto per il substrato satirico che contiene, nei confronti del mezzo televisivo, del pubblico televisivo e di tutta la vuota mitologia del “divo”, la lunga discesa nell’inettitudine che ideologicamente potrebbe trovare il suo punto di partenza nel famoso commento di Andy Warhol. La gente desidera e assedia fanaticamente i suoi divi, il produttore massacra le sue creature fino all’estremo, la televisione è uno specchio cieco che guarda sè stessa all’infinito. E le persone che la televisione rende “speciali” spesso sono dei cretini senza alcun talento (o quasi), perchè tanto se il grande pubblico ama mangiare monnezza, ne avrà quanta ne vuole. Ecco, il problema è che adesso non si parla quanto della miniserie ma della realtà. Comunque sia, Dead Set per me è da guardare, fino in fondo, anche perchè una roba del genere qua in Italia ce la sogniamo almeno fino al 2050.

Concluderei ponendo un parallelo tra queste due produzioni: in Left 4 Dead il succo è aiutarsi e collaborare reciprocamente (il fondamento di ogni gruppo sociale), mentre in Dead Set il gruppo non è assolutamente amalgamato, anzi, è più rilevante l’individualismo generato dalla competizione, che stavolta non è costretto da una situazione estrema come può essere quella di Battle Royale, ma dal proprio personale egocentrismo/esibizionismo e voglia di farsi pubblicità per mordere le briciole dello show business. In entrambi i casi abbiamo una lotta per la sopravvivenza, ma nel secondo il mondo a cui legato non è quello reale, quanto quello patinato – e completamente slegato dalla realtà – dei media.

E noi che ancora li stiamo a guardare.

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22 lug 2008

Un Messaggio da un Mondo Lontano

K1LL5W1TCH | Società | Televisione

Le nostre metropoli ci schiacciano.

Quando dico “nostre” penso al cittadino ed allo spirito di appartenenza che lo lega al posto in cui vive, lavora, si incontra con gli amici o porta a compimento le attività minori che completano la sua sopravvivenza o l’appagamento dei suoi piaceri. A dire il vero, il rapporto di dominanza è invertito: noi siamo “loro”. La dipendenza è fisica e psicologica. Il solo pensare di andarsene via – senza esperienze traumatiche o di saturazione che ci portino ad una decisione radicale – ci appare come un’utopia, o al peggio come una follia. Fuori dai confini urbani c’è solo Terra Obscura.

E quindi rimaniamo dentro, e veniamo schiacciati. O viviamo schiacciati, compressi tra la popolazione di un aspirante alveare umano (se già non lo è diventato) che si accalca per i marciapiedi, per le strade, nei mezzi pubblici, negli ascensori. Diceva bene Huxley: l’uomo non è un animale sociale, così sociale. Esiste un limite di grandezza oltre il quale la città perde la dimensione umana e diviene l’agglomerato in cui il cittadino diventa formica, perde ogni capacità decisionale nei confronti dell’ambiente che lo circonda e si limita a rizzare le antenne per evitare gli ostacoli.

E’ vero però che quando la metropoli perde il suo lato umano, la maggior parte della gente (sono ottimista) cerca di ritrovarlo su una scala minore. Se diventa impossibile pensare a tutta una città, scendiamo al nostro quartiere, al nostro condominio. Le proprie intime insicurezze, il timore del confronto con gli altri, una spiccata remissività o altri fattori possono indurci a percepire mondi ancora più piccoli: il nostro appartamento, addirittura una singola stanza. L’unità minima dello spazio, dove sentirci al sicuro dal mondo e dalle persone, dall’informe massa della “gente”.

A questo punto stiamo parlando (sicuramente!) di una percentuale minima di una qualunque popolazione post-moderna. Ma ciò non le impedisce di essere una percentuale significativa, se in altre nazioni è divenuta una vera e propria entità sociale con tanto di etichetta.
E’ la massa dei NEET (Not currently engaged in Employment, Education or Training), una fascia sociale che comprende gli individui tra i 16-18 anni in Gran Bretagna, e tra i 15-34 anni in Giappone, che hanno terminato gli studi ma non sono entrati nel mercato del lavoro: una situazione che può essere sia temporanea che permanente. I giapponesi applicano un identikit ancora più calzante: disoccupato, single, non segue corsi professionali, non va a scuola, non lavora in casa, non cerca nè il lavoro nè di acquisire le competenze tecniche necessarie per trovare un lavoro.

E’ proprio il lato giapponese della questione che mi interessa: infatti il NEET nipponico soffre il più delle volte di un totale rifiuto del mondo lavorativo dell’impiegato-tipo, il salaryman, che vive per lavorare e lavora per vivere, ed è caratterizzato dalla diligenza, la sottomissione gerarchica, il legame affettivo con i suoi colleghi, un conformismo assoluto e straordinari quotidiani a go-go. Anche il dibattito infuocato sui karoshi, le morti (perlopiù per cause cardiache) da stress da superlavoro, ha contribuito ad incentivare nelle nuove generazioni un pressante desiderio di allontanarsi da questi standard, senza però riuscire a focalizzare un obiettivo alternativo. In un circolo vizioso, il rifiuto per il mondo del lavoro, e di ciò che porta al lavoro, porta in alcuni casi al rifiuto per il mondo intero, fino al fenomeno estremo degli hikikomori, gli asociali cronici (ma attenzione: in Giappone sono più visibili, ma esistono anche nel resto del mondo).

Gli hikikomori hanno combinato il rifiuto di cui sopra con una regressione nel rapporto genitoriale. Di fatto, si sono ritirati dal mondo nella casa dei loro genitori (parliamo per la maggior parte di casi di adolescenti di ceto medio-alto), in cui vivevano o per convenienza, o a causa di fallimenti sociali o accademici. Il ritiro è completo: molti hikikomori non escono di casa. Alcuni neanche dalle loro camere da letto.

In loro aiuto è stato compiuto un tentativo che appare quasi più inquietante del fenomeno: la casa discografica Avex ha prodotto un DVD intitolato Miteiru Daku (”sto solo guardando”), il cui contenuto è pienamente coerente con il titolo.

(Qualcuno ha detto Magibon?)

Il filmato mostra tutto. Modelle e donne di varia età che non fanno molto, se non guardare, battere le palpebre, muoversi di quel poco che basta e dire qualcosa ogni tanto.
Il concetto di fondo è abituare un hikikomori (la cui maggioranza sono maschi – il 20% dei maschi giapponesi) alla percezione di un estraneo nel proprio spazio vitale, al contatto visivo ed alla sensazione di trovarsi di fronte ad un’altra persona che sembra aspettare una qualche interazione.
Deve fare un’impressione strana avere in camera una donna che ti guarda per interi minuti dallo schermo del televisore. Ma credo che per qualcuno totalmente privo di contatti sociali possa lanciare un significato diverso. Quello che mi chiedo è se il DVD della Avex non rischi di spostare l’attenzione dell’hikikomori da sè stesso al televisore, che già di per sè è un ricettacolo di offerte asettiche ed impersonali. Forse no, perchè le diverse modelle che appaiono nel DVD hanno i loro blog, e una volta diventato un loro fan (perchè il carico emotivo è inevitabile), dal televisore ci si potrebbe spostare ad internet. E poi chissà.

Potrebbe funzionare.

Fonte: clast

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