Sogni di un Esistenza Visuale
BeeTLe BeTHLeHeMStamattina, in preda ad un tragico, irrecuperabile sonno, mi sono ritrovato in treno a pensare alla notizia del video dei due insegnanti canadesi che per “caricare” la squadra di basket dell’istituto si è esibita in un balletto dai toni sessuali decisamente palesi, con simulazioni varie che hanno scatenato un’iniziale ilarità di studenti e genitori che si è rapidamente tramutata in un generale e gelido imbarazzo.
Il video è pubblicamente accessibile grazie alla (naturale? scontata?) ripresa via cellulare ad opera di uno degli studenti. C’è una pagina anche sul sito del Corriere della Sera (ed è là che io l’ho visto). Ma è il tipo di notizia che merita un articolo su un giornale (nella sua incarnazione web)?
[A quanto pare si. Nel tentativo di tenersi al passo con la fruibilità di un flusso sempre più corposo di informazioni sparse per siti web, aggregatori di news e social network, anche l'editoria è stata costretta ad accettare dei compromessi. Che non mancano di presentare dei lati oscuri: se apro una pagina di un qualsiasi giornale gratuito (dei tanti ormai presenti) non mi è difficile ritrovare news che ho già avuto modo di leggere in Rete.
Questo non è nè un mistero, nè un segreto.]
Ma non è neanche questo il pensiero che ha catturato la mia attenzione, e che si è rivolto invece alla natura di una certa auto-alienazione multimediale, che sembra spingere i più a riprendere ossessivamente qualsiasi evento superi la loro soglia soggettiva di “ordinarietà” per trasformarlo – tramite la magia spersonalizzante dell’upload – in un video autonomo e indipendente da poter riguardare come conferma dell’esperienza reale. Mi verrebbe da coniare un bel termine del tipo “solipsismo catodico”: esisto perchè sono in un’inquadratura, in un filmato, perchè vengo percepito – indirettamente. Per un momento, o cinque minuti, sono sullo schermo e consacro la mia realtà, finalmente viva, al pubblico.
Sono l’albero che cade nella foresta, e qualcuno mi dica di che colore sono.
Quel che in un certo mi preoccupa è proprio il distacco tra il soggetto e il suo operato: esattamente il contrario di ciò che accade in una qualsiasi forma d’arte, dove l’autore, lo strumento e l’opera sono legate intimamente dal gesto creativo. E credo che il punto sia proprio questo: la ripresa video che coglie l’evento inusuale è una risposta cerebrale più simile ad un riflesso istintivo che ad un’intenzione cosciente.
Come spiegare altrimenti l’estremo cinismo che viene manifestato periodicamente da chi immortala in foto accadimenti ben più tragici? (ricordo una ragazza investita da un autobus, e tutti intorno a scattare foto del corpo esanime)
Il fenomeno in sè è inquietante, per come l’evento si distacca dalla nostra realtà soggettiva per diventare la scena di un serial, di un telegiornale, un’entità separata da noi e dalle nostre emozioni.
La televisione è spettacolo.
La vita è televisione.

